La giovanissima laureanda Anastasia Steele intervista il multimiliardario Gregorio Grey per il giornalino dell’università. Appena lo vede, cade senza nemmeno l’ombra di un tappeto, lungo distesa per terra, con la sua adorabile camicia dell’Upim. Dopo una serie di domande incalzanti degne di Woodward (il giornalista dello scandalo Watergate) tra cui se sia o meno omosessuale, scatta subito il colpo di fulmine e senza apparente ragione un uomo che ha costruito da solo un impero multimiliardario, che sa pilotare elicotteri, suonare Chopin, arare campi a mani nude e – cito testualmente – che nutre i poveri dell’Africa, perde la ragione per quella che vogliono far passare come una bruttina moscia e piatta e per giunta l’ultima vergine ventitreenne di tutta Seattle.

L’intera narrazione è un doppio filo di noia e assurdità che si districa in battute piuttosto imbarazzanti che Gregorio snocciola mentre Anastasia compie fondamentalmente tre azioni: 1) mordersi le labbra 2) avere orgasmi multipli anche mentre lui prende tra le mani tazze di ceramica 3) mettersi in bocca matite e penne varie. Ora, sorvolando sull’assurdità che in tutta la narrazione lei non prenda l’herpes manco una volta (mentre io, in metro, solo respirando divento praticamente Quasimodo nel giro di mezzora), Gregorio ha bisogno di ben cinque persone – gnocche, gnocche pazzesche – solo per annotare i suoi impegni davvero fitti se può lasciare tutto per andare a un pub sulla cinquantaduesima o un attimo in Georgia. Questo c’introduce al tema centrale: Gregorio Grey è un uomo pericoloso, ma non perché gli piace farlo strano (strano poi…suor Maria all’asilo sapeva usare il frustino molto meglio di lui. E più forte.) bensì perché è uno stalker. In questo film passa l’assurdo quanto pericoloso messaggio che quello che le donne vogliono è un uomo possessivo e violento, che si sente in diritto di venderti il tuo magnifico Maggiolino per comprarti un’altra macchina senza nemmeno dirtelo, che ti rintraccia col gps il telefonino e si presenta dove sei con i tuoi amici, aggredisce l’amico fotografo Pablo (o come si chiama) e ti porta via perché non puoi bere un Cosmopolitan, e, se vai da tua madre, lui si presenta senza dire niente in Georgia e sa anche in quale bar sei, sa dove lavori e non accetta mai un ‘no’ come risposta. A quel punto, quando apre la sua stanza segreta, nella realtà, quelli che vedi appesi non sono frustini e i misteriosissimi dilatatori anali, ma i cadaveri delle quindici ex; e non ci sono contratti o MacBook Air: quello ti lega sì come un salame ma poi, come dr. Lecter insegna, il tuo destino si compie con fave e un buon Chianti.Nel delirio di onnipotenza di questo film mediocre si delineano stereotipi di genere che mi annichiliscono. La donna per essere amata da quest’uomo perfetto deve essere sottomessa (il sadomaso non c’entra niente, parlo caratterialmente), servile, senza pretese. Gli oggetti del suo desiderio come vestiti costosi, computer e macchine non vengono comprati con il suo stipendio, ma sono il modo in cui lui compra lei. Non c’è indipendenza, forza, rispetto di sé. Si lascia sballottare da quello stalker indemoniato e quando lui le chiede se si fida di lui, lei risponde pure di sì. Il dramma, però, si consuma con gli stereotipi di genere cui sono però legati gli uomini in questa rappresentazione di finzione. Gli uomini, quelli che tutte vogliono, sono descritti come essere perfetti e senza sentimenti. Devono essere palestrati, belli, ricchi, imprenditori, forti, machi, devono sapere fare tutto, avere tutto e non gli è concesso provare sentimenti. La ridicola frase “Io non faccio l’amore. Scopo. Forte” è in realtà l’altra faccia della medaglia della condizione femminile. Gli elementi cosiddetti femminili come i sentimenti sono tradizionalmente negati agli uomini che devono essere quelli che non chiedono mai, che non piangono in pubblico, che non hanno un rapporto con i figli, che non possono emozionarsi o stare male. Poi, ovviamente, va giustificato Gregorio. Poverino, ha un passato oscuro e tenebroso, è per questo che non può mostrare i sentimenti che Anastasia tanto vuole vedere manifesti, ma la verità è che Gregorio Grey per incarnare il suo ruolo di maschio alfa e pericoloso deve essere spogliato di ogni umanità, di ogni debolezza e in qualche modo bisogna far passare il messaggio che il sadomaso è praticato solo da vittime di abusi.

Il rapporto inscenato in questi libri e in questo film è un rapporto diseducativo (non solo letterariamente e cinematograficamente) che ci fa fare diversi passi indietro nell’evoluzione culturale. Ci porta all’epoca in cui le donne dovevano stare zitte e mute in cucina e i maschi non potevano mettersi una camicia rosa. Qualcuno ha paragonato Cinquanta Sfumature di grigio alle telenovelas argentine: ci sarà anche una sceneggiatura no sense e i protagonisti ripetono il nome dell’altro una quantità di volte spaventosa (con pause a effetto che manco la voce narrante della Mulino Bianco), ma le telenovelas parlano di rapporti liberi, di una sessualità trionfante, – magari incestuosa, magari proibita con prete Fernando, ma trionfante – di donne che vivono amori forti e uomini che piangono per la perdita della mamita appena ritrovata. Qui invece, si parla di violenza. Non quella fatta con manette e frustini, ma quella di una cultura retrograda e sessista.

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