Una madre – che molto significativamente si chiama Eva – fa i conti con la natura di suo figlio. Riconoscere nella propria creatura qualcosa di cattivo e accettarlo come malvagio non è un processo facile, soprattutto perché si trova a slegare l’immagine materna dallo stereotipo dell’amore incondizionato per i propri figli. Un amore forzoso, un amore matrigno, un sentimento tanto reale quanto tabù: il non amare i propri figli. Forse è proprio per l’incocepibilità di questo non-amore che Eva ci prova. Ci prova fortissimamente a volergli bene, a voler bene al suo mostro  che sembra (ri)conoscere solo lei come relazione familiare, ambivalente estremo di un odio morboso che forse è il modo distorto d’amore psicopatico.
La struttura filmica è molto complessa, composta da estranianti ellissi temporali che sovrappongo stati emotivi completamente diversi generando una struttura su tre livelli: quello personale di Eva e della sua carriera, quello di Eva e della crescita del piccolo Kevin ed infine quello, sempre di Eva, della scoperta (e temuta conferma, infondo) della natura del figlio. Nonostante il triplice piano narrativo il film non risulta mai confusionario e rimanda perfettamente l’angoscia e lo smarrimento di questa donna che ripercorre ostinatamente ogni scelta della propria vita, ogni momento, come ricercando una motivazione, un gesto che possa fornirle una spiegazione consolatoria. La ricerca, delirante e soffocante rimane In bilico tra senso di colpa e giustificazione mentre cerca invano di parlarne con il compagno.
Lenny Ramsay riesce a mantenere la suspense del racconto e, al contempo, ad alimentare la tensione e il macabro desiderio di vedere cosa sia successo. Interessante la scelta della composizione fotografica di Seamus McGarvey (Alta fedeltà, the Hours, Espiazione) di giocare con tonalità neutre, pallide come se tutto il racconto, anche quello al tempo presente, fosse una reminiscenza, un pensiero interiore di Eva. Encomio va agli interpreti principali: se di Tilda Swinton il talento era indiscusso (come quello di John Reilly)  quello del giovane debuttante Ezra Miller è sorprendente: ti porta a provare un astio personale nei suoi confronti che è lacerante, unito a un fascino ambiguo e sottile.

Questo bambino – che sembra amare tutti tranne la madre – per il suo sedicesimo compleanno esegue la sua  in una dinamica simile ma non identica a Elephant di Gus Van Sant, lasciando in vita solo la madre. Forse perchè la madre era l’unica a conoscerlo davvero, l’unica che in qualche modo odiandolo e sforzandosi di amarlo lo accettava per ciò che era.
La freddezza dell’esecuzione, in un piano sequenza di quando Eva rincasa e trova la finestra con le tende bianche che si muovono nel tiepido vento diventa, di diritto, tra le più belle e significative del Cinema. Ramsay ha affrontato un tema scabroso e l’ha fatto con onestà e rispetto, in una vibrante confusione interiore che finisce per assalire lo spettatore aiutato da una colonna sonora che, al contrario dell’eleganza formale della regia è un pieno flusso di coscienza.

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