Edward è un’automa con sentimenti il cui creatore e padre muore prima di potergli dare le mani, momentaneamente rimpiazzate da affilate forbici. Vive solo nel castello che un tempo era la sua Casa, finché Peggy, presentatrice Avon, bussa al suo portone tentando la vendita. Edward ha difficoltà a mangiare e abbracciare le persone, grande metafora della difficoltà emotiva dell’emarginato, del diverso, che pur desiderando delle relazioni normali si sente rinchiuso nell’impossibilità fisica ad averne Hug me, I can’t per paura di ferire chi si ama.

Edward man di forbice è il film in cui Tim Burton più identifica la sua personalità e poetica cinematografica ed è sicuramente tra i più famosi ed amati del regista. Favola gotica sul diverso, con le magnifiche interpretazioni di Johnny Depp e Winona Ryder e Dianne Wiest, trae spunti da “Frankestein” di Mary Shelley e dalla leggenda popolare francese de La bella e la bestia, raccontando con romanticismo e malinconia l’esistenza di un freak tra pregiudizi e cattiveria di una società che lo esalta per i suoi talenti – quando questi si sovrappongo al loro interesse – ma che è al contempo pronta a immolarlo come capro espiatorio, per non porsi domande su loro stessi e le loro vite. La borghesia è raccontata magnificamente da scenografie in tinte pastello, come fiave finte, vuote, plasticose. Come le case di Barbie le abitazioni sono perfette e minute, assiepate in file ordinate, con giardini perfetti e prati tosati. Tutto è uguale, tutto è perfettamente identico a se stesso. I colori pastello annullano con sottigliezza le differenza cromatiche, regalandoci un’omologazione allo zucchero a velo. I vestiti stringono come camicie di forze le donne, le legano con cinture, pantaloni avvitati. Non è un caso che nella sequenza del taglio artistico eseguito da Edward a cambiare sia anche l’abbigliamento delle donne. I bottoni si aprono, metaforicamente e letteralmente. Al contrario il nero caratterizza il personaggio diverso: il nero può essere un colore cupo ma è anche il coraggio dell’anticonformismo. Sin dall’abbigliamento e dai colori Edward irrompe nella piccola cittadina, operando uno strappo semantico e visivo nel sobborgo.

Tim Burton realizza un quadro surrealista e precississimo della società provinciale americana, raccolta ai loro barbecue, a parlare, sparlare, sempre educati. Le moglie assiepate come piccoli trofei scollati, tutte madri e credenti, tutte represse e invidiose; gli uomini pronti a giudicare il grado di cottura della carne, machisticamente con le mani sulla cintura, protesi nel dimostrarsi padroni ma profondamente insicuri. I personaggi raccontano una storia che tutti conosciamo bene e lo fanno, continuamente, in ogni piccola caratterizzazione: un golf, un pugno che sbatte sul tavolo, un bisbiglio isterico, un’insalata di patate porta con vanità o il lampo d’insicurezza e cattiveria di un quarterback biondo.

Il finale è melanconico e struggente: la società pialla le diversità da cui è attratta ma anche profondamente impaurita. La neve, magnifico tramite dell’amore impossibile, cade però, sulle teste di ognuno, accompagnata dalla musica ultraterrena di Danny Elfman.

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