Nel 2125 l’effetto serra e l’inquinamento hanno distrutto le più belle città del nostro pianeta. La tecnologia si è sviluppata fino ai limiti del divino: l’intelligenza artificiale è parte delle vite quotidiane con robot sviluppatissimi, i mecha. La cybertronics ha sviluppato un robot bambino, perfetto, capace – sfidando il divino – di provare sentimenti, di provare amore. Il piccolo mecha viene chiamato David ed affidato agli Swinton, dipendenti della grande multinazionale di robotica, per aiutare Monica a superare il dolore della “perdita” del loro vero figlio, che è stato ibernato a causa di una violenta malattia. Cosa succede se il vero figlio torna ala vita?

Artificial Intelligence è un film cupo e disturbante, che ci porta a guardare annichiliti non a chi saremo, ma chi siamo. Una società corrotta e decandente, che ha esteso il concetto di usa-e-getta finanche agli esseri umani. Il desiderio di superarsi nell’innovazione e al contempo la paura profonda di essere sostituiti, gli uomini vivono in bilico tra la loro miseria e la loro ambizione. Le fiere della carne, riescono a raccontare l’olocausto e il Ku Klux Klan con una lucidità spiazzante: fiere in cui gli umani macellano senza pietà i mecha. Oppure la prostituzione dei robot, sviliti e umiliati, fatti a pezzi, costretti alla paura riescono a raccontare quella parte di mondo, quello che noi chiamiamo terzo che viene a noi per essere accolto e noi spingiamo ai margini costringendolo a una vita misera, violenta e mercificata.

La purezza di David – interpretato dal grandissimo enfant prodige di Haley Joel Osment – è l’ultimo baluardo a questo mondo freddo e oscuro, David è l’ultimo vero essere umano. L’ultimo umano a sperare e amare con abbandono assoluto.

In un mondo cyberpunk decadente, la favola di Pinocchio si riveste delle tinte più datk della nostra società. Non c’è amore paterno e la favola turchina è silenziosa e immobile. Chi è davvero umano? Chi è degno del titolo di vero, autentico?

Un film potente, magnifico, con un cast altissimo e un colonna sonora affascinante. Da perderci gli occhi in una fotografia magniloquente di Janusz Kaminski (Schindler’s list, the Termina, Il ponte delle spie), e rimanere svegli la notte. Da un progetto incompleto di Stanley Kubrick, ripreso dal suo amico Steven Spielberg, riluce della visionarietà dei due, della follia geniale del primo.