Elise è una tatuatrice e sulla sua pelle ha scritto la storia della sua vita. – Cosa vale la pena disegnarsi sulla propria pelle per sempre? – le chiede Didieron. La vita, la sua vita, con tutte le luci e le ombre. Così quella bianca pelle come carta è la tela del suo personale racconto dove qualche nome è stato cancellato o ricoperto da un altro tatuaggio più grande. Nemmeno il tatuaggio sembra essere per sempre per Elise, che eppure ricorda perfettamente ogni nome cancellato da altro inchiostro. Un tatuaggio è comunque per sempre, una cicatrice sul cuore.Anche Didieron nasconde le sue cicatrici, nella sua accorata dolce signora: la musica. Didieron suona in un gruppo bluegrass in cui riversa tutti i suoi sentimenti contrastanti e melanconici.
Due outsider che sognano di essere altrove e si incontrano, probabilmente nell’America della bluegrass di Didieron e dei costumini da pin-up di Elise.

Una storia di una passionalità e violenza soffocante nella fragile eleganza della bellezza dell’Amore. Van Groening procede in una narrazione magnificamente disorganizzata su due linee temporali parallele: il presente e il passato. Dove il passato arriva come una boccata d’aria fresca nell’asfittico e decadente presente. L’inizio e la fine sembrano congiungersi in un delicato anello, quello che Didieron non infila alla mano di Elise, quello di una canzone composta insieme che parla dell’incontrarsi: prima simbolo magnifico dell’unione e che poi si sfuma in una mano protesa che non incontra quella dell’altro.
Questo gioiello in una fotografia iconica eppure autoriale, ha il pregio di non essere una semplice storia d’amore ai confini del vecchio continente, ma di essere un racconto profondo e accorato sulla malattia, la ricerca sulle staminali bloccata e l’eutanasia sul ritmo travolgente e da cuore spezzato del country acustico.

La malattia di un figlio è come un terremoto silenzioso che spazza via la tua casa. Quella casa che hai costruito con la persona che ami, per poterci vivere con quella piccola, meravigliosa creatura che non ti aspettavi e che ami come mai avevi pensato di potere. Come si può parlare della morte a un bambino? Spiegare perché quell’uccellino è morto perché non capisce che quello che ha davanti è vetro? È come spiegare a un uomo che sua figlia non può guarire perché non sono state approvate le ricerche sulle cellule staminali. Non ci si crede, ci si dispera aggrappati a quel senso di ingiustizia. Van Groening riesce a costruire un racconto nel racconto con una metafora bellissima, che richiama il falco di Didieron e l’uccellino tatuato sul corpo di Elise.
Nell’ora più buia della loro relazione, nell’oscurità avvolgente dello studio di Elise -il luogo del loro primo incontro- si sente il rumore della macchinetta per tatuaggi che ronza. Un ronzio intermittente, una figura distesa. Solo sul letto il lenzuolo scopre l’inguine, raccontando che, infondo, due anime, nuove, delicate, due anime travagliate e doloranti, due anime si sono trovate. E si sono amate.


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