Dory vive nella sua nuova casa con Nemo e Marvin. È piena di entusiasmo e amore per la vita ma, come spesso accade, chi la ama ha iniziato a darla un po’ per scontata, forse, e tutti i suoi piccoli difetti risplendono vistosi. Tra gli anemoni e la quotidianità si sta consumando la piccola tragedia quotidiana di sentirsi fuori luogo proprio tra quanti amiamo. E ripensando a sé stessa Dory capisce che c’è una ferita che ha sempre ignorato – romanticamente tradotta con la “perdita di memoria” – che si è incancrenita e non le consente di essere davvero sé stessa. Quella ferita ha il volto dei suoi genitori, delle sue origini. Se Nemo lascia casa per scoprire il mondo, Dory invece deve riscoprire la strada che porta a chi era, per poter essere chi è.

Alla ricerca di Dory è un film profondamente commovente e leggero. Pensato per i più piccoli, è in grado di insegnare molto anche ai grandi. Il pesciolino transgender Dory – ebbene sì, la magica Pixar ha un reparto addetto a studiare i temi di genere all’interno dei propri prodotti. Infatti Dory è doppiata in originale dall’icona gay Ellen Degeneres – racconta la ricerca della propria identità e la riconciliazione con i propri genitori. Dory rimpiange di aver lasciato i propri genitori in una situazione negativa e si sente in colpa di essere stata la causa del loro allontanamento. I ricordi emergono pian piano, e Dory impara ad accettarsi per quello che è: dopo aver passato la prima parte della pellicola a rimproverarsi e a sminuirsi per la sua memoria a breve termine, impara ad amarsi e a trovare nel suo difetto la sua marcia in più.

Marvin è in grado così di riscoprire Dory non tanto sotto una nuova luce, ma sotto la luce che Dory aveva paura di far risplendere. Molto spesso non temiamo le nostre ombre e oscurità, ma temiamo la nostra luce. Abbiamo paura di splendere.

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