Amanda ha tutta la vita davanti. Ha vent’anni e sta per partire per l’Italia, un luogo lontano, mistico, dove spera di trovare “buon cibo, buon vino e l’amore”. Ed è quello che trova, in effetti, ma non solo.

In Italia Amanda, una ragazza allegra ed estroversa si riscopre sensuale: nel suo paese era considerata carina, nulla di più, in Italia lei è bella bionda americana. E qui conosce Raffaele, un ragazzo timido e un po’ nerd, che quando si accorge che Amanda lo guarda la sua prima reazione è quella di voltarsi indietro, a cercare chi, alle sue spalle, ha attirato gli sguardi di quella ragazza bellissima. La loro storia d’amore esplode, ma dopo solo cinque giorni di poesia, di cibo e di fare l’amore tutta la notte, tutto s’interrompe. La giovinezza s’infrange contro la pozza di sangue in cui viene ritrovata la coinquilina di Amanda, Meredith, nuda e violentata, con la gola tagliata.

Il fatto di cronaca lo conosciamo tutti: la morte di Meredith Kercher di cui sono stati accusati, e infine assolti, Amanda Know e Raffaele Sollecito. Il caso di cronaca nera avvenuto a Perugia e sul quale tutti gli occhi del mondo erano puntati. Netflix produce un documentario meraviglioso, crudo e potentissimo: i registi Rod Blackhurst e Brian McGinn riescono a strappare via tutto il surperfluo per poi ricostruirlo minuziosamente: i sentimenti, le dinamiche, le dichiarazioni. E quello che ne esce è un racconto spiazzante.

Amanda Knox racconta prima di tutto il sessismo (non solo italiano) che c’è intorno questa vicenda. Tra indagini approssimative e inquinamento fortissimo di prove quello che pesa di più, che ci toglie il respiro, è la sommarietà con cui vengono sparati giudizi fortissimi. La bella ragazza, Amanda, che era stata con sette uomini diventa il racconto di una dominatrix, una donna che costringe il nerd a compiere il delitto che lei orchestra. Lei è Knoxy Foxy, la mangiatrice di uomini, la psicopatica, la libertina. I giornali e la polizia divorano ogni brandello di giovinezza di Amanda, attirati morbosamente dal sesso e dai corpi nudi di due belle adolescenti. E subito piovono i titoli: orgia finita male, sesso pericoloso, pratiche sessuali morbose. Tutto senza aver trovato una sola traccia di DNA di Amanda sulla scena del crimine. Una scena del crimine trattata dalla scientifica italiana on pressapochezza, sporcizia e notevole imprecisione. Dove camminavano, dove fumavano.

È il procuratore il personaggio più oscuro, che afferma sicuro alla camera che Amanda per lui era colpevole fin sa subito perché “solo una donna coprirebbe il corpo nudo di un’altra donna dopo averla uccisa”, e il sessismo avvolge tutto il racconto e ci fa rabbrividire quando vediamo Amanda in tribunale dopo quattro anni di reclusioni e una giornalista esclama “Sembra un po’ più stanca del solito, probabilmente non offrono trucco e parrucco in prigione”. Allo stesso modo la stampa non ne esce immacolata, una stampa che vuole lo scoop, una stampa perversa, una stampa che non ha tempo per verificare le storie perché “altrimenti perderei lo scoop, e la storia la pubblicherebbe qualcun altro”.

Amanda Knox non assolve Amanda. Non dà un giudizio, riporta i fatti, costruiti con meticolosità ed efferatezza. Quando, alla fine, Amanda guarda in camera, guarda noi e afferma la sua verità un brivido ci percorre la schiena. Perché colpevole o innocente, quella che esce dalle sue labbra è una terribile verità:

«Alla gente piacciono i mostri, li vuole vedere, proietta le proprie paure, vuole rassicurazioni che i cattivi non siano loro. Abbiamo tutti paura, per questo la gente diventa matta»