La camera si muove lentamente, mentre in una casa inglese dalla carta da parati a fiori due ragazze cantano happy birthday. L’inquadratura s’incentra su una delle due, che ride, inarca la testa all’indietro. Ha i capelli bruni – non se li è ancora tinti del suo nero inchiostro – senza trucco, con una magliettina stretta e semplice. Ci sorride e ci regala un assolo che ci fa capire subito chi è: la voce roca, forte, che si spinge in alto sulla scala, che rende subito fumosa, jazz e dark una camzonetta come happy birthday. È Amy, Amy Winehouse.
Amy è più di un semplice documentario, è l’ascesa brillante di una diva e la sua caduta nell’abisso. Con uno stile asciutto ed evocativo, si uniscono filmatifatti dal cellulare, foto, interviste a produttori, amici e familiari e poi i brani, i cui testi prendono oscuri, potenti e indimenticabili significati. Impietriti e ammaliati seguiamo la voce forte e roca, tra palchi, droghe, relazioni fallimentari e una figura paterna amatissima, salvifica e distruttrice.

Già apostolo della religione musicale dell’artista, mi sono ritrovato profondamente commosso dalla sua sofferenza. Depressa fin da ragazzina, a causa della relazione infedele dei genitori, Amy importa un disastroso modello relazionale dove, letteralmente, s’impedisce di essere felice. Autosabotatrice di se stessa, fragile e forte, Amy Winehouse ha continuato a donare tutta se stessa e tutta la sua arte al pubblico in estasi che non ha saputo usarle gentilezza, nemmeno quando le droghe e i disturbi alimentari mai vinti la dilaniavano fino ad allontanarla dal suo grande Amore, la Musica. Siamo tutti stati assassini ed esecutori della morte di una delle più talentuose artiste del nostro secolo. Le luci così brillanti, le vite così vive sono desiderate, morbosamente lambite. Tutti volevamo un pezzo di Amy, tutti ne abbiamo preso uno. Una luce troppo folle e brillante su cui tutti abbiamo messo le mani.

Over futile odds
And laughed at by the gods
And now the final frame
Love is a losing game

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