Alex è un ragazzo giovane e bello, che trascorre le sue giornate nella beata nullafacenza. E nella violenza, nell’ultra-violenza. È un magnifico e perfetto capobranco, con il suo sguardo azzurro da cocco di mamma e quel sorriso increspato che ti fa salire subito i brividi d’inquietudine, alla guida dei drughi, i suoi soci, non belli come lui e nemmeno altrettanto intelligenti, ma senz’altro altrettanto spietati.
La loro è una violenza cieca e stupida, la violenza del divertimento e delle vite vuote. Così depredano, distruggono, molestano, violentano. Misogini e misantropi, idolatrano nient’altro che il loro cazzo e la loro gioiosa inconsistenza. Finchè Alex non viene messo dentro e la sua violenza viene trattata con altrettanta violenza, intrappolato in lunghi uncini di ferro costretto a vedere (e subire psicologicamente) quella violenza che lui ha inferto.

Si può descrivere con poesia e sofisticato lirismo l’ultraviolenza della società stupida e cieca? Stanley Kubrick dietro il suo grandangolo risponde affermativamente, realizzando inquadrature perfette, dando profondità allo sconforto di immagine ipersature di violenze e oggetti. Non c’è scampo per lo spettatore: come Alex, è costretto a guardare i fiumi di terrore che ogni giorno subisce passivamente dalla televisione e, finalmente, a riuscirne a essere disgustato e ferito.
Una fotografia magnifica si orchestra a una grande rivoluzione del Cinema stesso: la violenza non è orchestrato da toni lugubri e musica rock, ma dalla deliziosa, leziosa, raffinata musica classica. Il volitivo e “violento” Beethoven è l’idolo di Alex e le sue note echeggiano nella nostra testa paralizzata dalla bellezza e dal disgusto. E poi, punta di diamante del capolavoro troviamo la scenografia di John Barry. Kubrick ci racconta la nostra prossima-futura realtà attraverso l’illusione scenica si tratti del futuro lontano, e le senografie sono il tramite perfetto di questo messaggio lugubre. Il benessere di questa società opulenta e ottusa si traduce in oggetti di design magnifico e turpe: i tavolini fatti di donne prostate e fatte merce, l’enorme fallo bianco come oggetto d’arredamento, i negozi carichi di merce passata-futura (le cassette e i vinili) e le trapunte geometriche della stanza di Alex, il ricco viziato rampollo. Il futurismo elitario di un Andy Warhol che ha rivoluzionato i consumi che si scontra con la periferia punk dei poveri e degli emarginati, figli della crisi economica e della disoccupazione.

Un film perfetto, un film iconico. Un film che è stato IL film, il regalo di mio padre ai miei tredici anni. Un film che ho visto sette volte di seguito, atterrito ed estasiato. Impaurito dalle mie stesse pulsioni che mi sussurravano l’eccitazione dell’occhio e della carne e la repulsione dell’atto violento. Ed è lì che Kubrick confeziona il capolavoro: dentro di noi c’è Alex e se si sia “adeguato” alla normalizzazione è una risposta che ognuno di noi da a sé stesso. Ogni giorno.

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