Sulla terra sono atterrate dodici astronavi aliene, sospese, che aprono le loro porte per un’ora ogni sedici. Le dodici astronavi sono cosparse come puntini di una mappa invisibile lungo il globo, e solo una è sospesa sulla terra statunitense, nel Montana. La presenza aliena stringe gli uomini nel desiderio di conoscenza e nella paura, così per capire cosa vogliono da noi, viene ingaggiata la linguista Louise con lo scienziato Ian per penetrare il segreto che tormenta l’umanità.

Denis Villeneuve riesce a comporre un film di fantascienza completamente atipico dal genere, senza grandi effetti speciali, raggi laser, senza action. Anzi, se un genere vogliamo dare ad Arrival, è quello del dramma intimistico. Un film potente eppure incredibilmente delicato, che si rannicchia sulle grandi domande esistenziali dell’uomo che compongo – questo sì – il genere fantascientifico, riuscendo lì dove Nolan ha più o meno fallito con Interstellar.

Alieno è una parola che l’uomo ha creato per definire gli esseri che sogna e teme d’incontrare fuori dalla terra, e per etimologia viene dalla parola greca altro. Gli alieni sono dunque degli estranei per definizione, degli esseri che vengono dal mondo di fuori nel nostro mondo. Il conflitto con gli alieni è dunque esistenziale, un conflitto che giace nella profondità dell’animo, lo stesso che ha stretto il cuore di chi ha calpestato la terra diecimila anni fa e ha alzato gli occhi al cielo notturno. La consapevolezza di non essere soli fa paura, paura che ci siano degli altri pronti a portarci via qualcosa o tutto, ma il cambiamento e ciò che è diverso può essere anche un’opportunità. Allo stesso modo, dunque, in Arrival quest’occasioe si crea nella possibilità di stabilire un contatto con queste creature attraverso un linguaggio nuovo, attraverso un nuovo modo di comunicare. Il processo dell’apprendimento della lingua è il fulcro del film e ne racchiude il suo significato più profondo: comunicare, imparare a farlo, sforzarsi continuamente di spostarsi verso l’altro dove cercare di vedere il linguaggio dalla sua prospettiva è l’unico vero modo di connettersi a qualcuno. Che sia un alieno o che abbia due occhi, due braccia e due gambe come noi. Perchè la chiusura del dialogo con gli alieni viene legata con grande forza allo spegnimento di tutti i contatti con le altre undici basi che studiano il contatto con gli alieni nel mondo.

Una fotografia minimal dai toni cupi leggermente sottoesposta di Bradford Young (Selma, 1981: Indagine a New York) ci porta in un mondo alla vigilia del cambiamento nel dubbio e nella paura (e senza speranza, come invece il contatto con gli alieni viene anche tradotto tradizionalmente), sospesa in un tempo in cui ci si divide tra risoluzione violenta e diplomatica, impauriti che entrambe non riescano ad aiutare l’umanità a trovare una strada verso l’equilibrio. Amy Adams incanta con un’interpretazione essenziale e perfetta, che rifugge manierismo da dramma, rendendo il personaggio di Louise il messaggero, il portatore di una verità grandissima, futurista, fantascientica eppure umana. Segnata per sempre dall’incontro con l’altro sarà la sola ad accettare di cambiare senza tradirsi. E se la figura degli alieni porta domande, quella di Louise reca con sè la risposta: bisogna accettare il futuro in tutta la sua bellezza e crudeltà, perchè è di questo che è fatta la grandezza dei nostri giorni.

 

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