Gli anni ’50 sono meravigliosi, se sei un uomo. Margaret lo sa bene, che negli anni ’50 è una madre sola con una bambina piccola, guardata dall’alto in basso dagli uomini e compatita dalle donne, mentre lei, con un coraggio indomabile, piega la sua arte alla produzione di fabbrica e, nel tempo libero, vende i suoi quadri. I suoi bambini dagli occhi grandi ci scrutano dal grande schermo, scrutano un posto dell’anima che non conosciamo. Gli stessi grandi occhi che tanto ama Tim Burton per i suoi personaggi. Il legame tra Margaret Keane e Tim Burton è più di un semplice rapporto tra regista e creatura cinematografica, è un rapporto su cui si costruisce l’intero film.
Sola, Margaret incontra l’amore nel wannabe artist Water. Water è impetuoso, modoialo, con un sorriso che corrompe il diavolo e la parola dolce come lo zucchero. S’innamorano e si sposano subito, vivendo della loro arte. Quell’arte che tanto sognano potesse dargli di che vivere.
Una sera, per caso o per sorte, si prende il merito di un’opera di Margaret e la vende. Sarà solo l’inizio, finchè Water Keane si affermerà avendo un enorme successo come l’artista dei bambino dai grandi occhi spalancati, rubando il talento e il successo della moglie. Rinchiusa, rannicchiata, Margaret passa ore a dipingere quadri che non sono più suoi, mentendo a se stessa sulla sua relazione e, ancor peggio, mentendo a sua figlia, sdempre più lontana.In una fotografia dai colori pastellati come una favola andata a male, Tim Burton trova la forza di respirare fuori da quel genere che, artisticamente, lo stava soffocando e prosciugando di quell’energia che lo hanno reso grande. Con un duetto in cui spicca Amy Adams, sul più sottotono Christoph Waltz, superbamente drammatica, quella a cui assistiamo è più che una semplice storia. Ai miei occhi si è dispiegata l’amara riflessione di Burton sulla commercializzazione dell’arte. Quella di Margaret come la sua. Il merchandasing, i contratti soffocanti con grandi multinazionali della produzione cinematografica, le aspettative, le continue richieste. Così come Margaret si blocca e non riesce a produrre “il grande capolavoro” tanto acclamato dal pubblico insaziabile, così il regista negli ultimi anni si è destreggiato da una richiesta sempre crescente e l’impossibilità di forzare il processo creativo. Un Tim Burton smarrito, in crisi – come testimonia Frankweenie dove ritorna al suo cortometraggio d’esordio, forse per ritrovare se stesso – stretto, non per sua colpa, non dall’arte, ma dall’arte di vendere. Come Water che non sa creare, ma sa vendere inventa l’astuto sistema di vendere per pochi soldi non più i quadri, ma le stampe. Tutti vogliono un pezzo del proprio Keane – in questo mondo dove il mondo dell’arte deve piegarsi al marketing, il mondo delle emozioni sis contra contro il mondo del denaro. Margaret langue, si spegne, rompe con sofferenza la sua relazione malsana con Water, inquietantemente seguita dalla rottura di Burton dalla sua storica compagna Helena Bonham Carter, sulle noti struggenti del brano composto e scritto da Lana Del Rey “I think I could trust you, I was your woman”. Nella sua stanza, in quel mondo pieno di occhi come finestre sull’anima, Margaret costruisce la sua personale stanza di Barbablù, quella stanza infondo al castello dov’è proibito andare, dov’è custodito un orribile il segreto. Il segreto osceno non è tanto che Margaret crea quel che Water firma, ma che Margaret si è venduta, umiliata. Alle pareti della sua stanza sono appesi i suoi cadaveri degli amori passati: i suoi quadri.
Così come Margaret ritrova se stessa in un nuovo stile e in posti lontani, così spero che Burton ritrovi se stesso nel nuovo, in un percorso che può solo portare al fiorire del suo talento. Non il migliore del regista gotico che più amo, ma largamente il migliore rispetto gli ultimi tre-quattro pellicole. In Big Eyes c’è un orgoglio, c’è una luce. La luce, forse, della rinascita.

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