Riggan Thompson è un attore teatrale che decide di scrivere, dirigere e interpretare una piéce tratta dal romanzo di Barthes, Birdman. È sotto forma di un enorme uccello dalle piume lucide che Riggan vede e ascolta il suo più profondo ego proiettato fuori da sé, che – come fosse un narratore esterno – introietta le sue aspettative gloriose, sostanziate dai suoi superpoteri. I suoi sogni sono drammaticamente rotti da una chiamata Skype, fatta dalla figlia tossicodipendente, una brillante Emma Stone. La realtà decadente e imperfetta chiama fuori dal camerino Riggan per portarlo nel suo teatro che è la sua stessa vita.

L’elemento spaziale è fondamentale nella costruzione dell’opera di Inarritu: assistiamo, in piani sequenza con steady camera che ci lasciano con la bocca secca, al continuo spostamento dei personaggi all’interno del teatro, in un gioco di metateatro costituito dall’assenza di montaggio, in scene chiaramente (e surrealmente) girate tutte d’un fiato. Essenzialmente ci sono tre spazi fisici (e non) in cui si dividono le scene: i camerini/dietro le quinte, il palco e, infine, il pubblico/mondo esterno. Gli spostamenti compiuti dai personaggi sono più che semplici movimenti spaziali, perché loro si muovono nei loro fragili universi egocentrici mettendo continuamente in relazione ciò che sono con quello che vorrebbero essere e infine con ciò che sono. Le loro apparenti metamorfosi – che in realtà sono nient’altro che la loro complessità di uomini – sono evidenti soprattutto per Riggan e Mike.

Inizialmente il successo tarda ad arrivare: i giornalisti sono rappresentati come esseri superficiali interessati solo a particolari pruriginosi, i fan sono ingombranti signore che desiderano una foto con quell’attore che i loro figli non conoscono e che gli raccontano con la significativa frase he used to be brilliant, critici che diventano tali sono perché non sono artisti e un disprezzo per i nuovi media per i quali Riggan nemmeno esiste. La frustrazione di un’arte tesa al successo si sostanzia nella frase più volte ripetuta dal suo alterego pennuto: loro non sanno quello di cui sei capace. Tutto si personifica nel visionario film del regista messicano e se i critici diventano IL critico (un critico che nemmeno ha visto lo spettacolo ma ne scriverà comunque male perché dichiara di odiare Riggan personalmente) lo è anche il distacco per la tecnologia attraverso le distanze tra il protagonista e sua figlia, che è proprio lei a urlargli in faccia You hate bloggers, twitter, you don’t have facebook…you don’t exist! Straordinariamente c’è anche un altro elemento che si personifica (aldilà dell’ingombrante aspettativa con tanto di ali e becco) ed è la musica. Quando, in una spirale di eventi, la realtà sembra divorare la dimensione della finzione in sempre più elementi dello spettacolo che diventano, appunto, concreti (dall’erezione del personaggio di Mike fino, in climax, alla pistola con cui si suicida nell’ultima scena il personaggio di Riggan), lo diviene anche la martellante colonna sonora composta da una nuda batteria, che entra fisicamente in scena con il suo musicista. Nel processo di personificazione, gli oggetti assumono un significato importante fino a diventare proiezioni di uno stato di cose, del racconto delle passioni di chi li usa: è così per la pistola che da finta “diviene” vera e lo è anche per il parrucchino.

Birdman è un film potente, delirante e complesso che ti porta alla riflessione oltre il consumo della sua stessa arte. Con citazioni sia narrative sia tecniche di Robert Altman, Inarritu compie più che un semplice racconto. La metatestualità della storia si estende ai suoi stessi interpreti: è un caso, forse, che Riggan, attore amato ma dimenticato, sia interpretato da Michael Keaton l’interprete di Batman anch’esso pieno di talento ma presto abbandonato all’oblio? In una commedia colta, a tratti grottesca e sicuramente dark, Inarritu affonda le mani nella cultura pop citando the Avengers (i supereroi sono definiti come apocalittic pornography) e il ruolo rifiutato da Norton come Hulk, per portare – ancora una volta – la narrazione dell’ascesa e la caduta, della fragilità, dell’egocentrismo degli attori e della superficialità dello star system dentro e fuori lo schermo. Un’opera magnifica sul desiderio di essere amati che porta il protagonista fino a sacrificare se stesso sul palco:

-And did you get what you wanted from this life, even so
-I did
-and what did you want?
-to call myself beloved and to feel myself beloved

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