In una Los Angeles specchiata e riflettente, oscura nelle sue voluttuose luci al neon colorate, la figura curva di Deckard su un piatto di tagliolini viene rialzata dall’agente Batty. Sei cyborg di ultimissima generazione, i Nexus 6, sono scappati ed è ora per loro del retirement, cioè dell’eliminazione, in un gioco di parole nella versione in lingua che sul sostantivo ‘ritiro’ fa giocare quello del ‘pensionamento’, suggerendo riflessioni sulla società del consumo dei lavoratori.

L’uomo ha creato la macchina a sua immagine e somiglianza, come dio. È impaurito, però, di quella forza e di quella bellezza, e per relegarla al rango di oggetto, nonostante essa provi sentimenti in tutto e per tutto uguali ai propri, pone una scadenza alla sua bionicamente perfetta vita: li programma per esistere solo per quattro anni. Cos’è che rende umani? L’anima? Il regista finemente gioca su una riflessione dalle implicazioni etiche potenti, lasciando che le labbra perfette e sintetiche di una cyborg dicano: Cogito, ergo sum. Il film d’azione e d’intelletto si sposa alla filosofia in una connessione tra futuro distopico e passato remoto che è il tracciato dell’esistenza umana, la prima domanda che il primo uomo si è posto: chi sono? Nello scrutare dentro se stessi ecco il legame simbolico-magico con un oggetto che ogni replicante ha con sé durante la pellicola: le fotografie. Portali sul nostro passato, per i replicanti l’unica traccia di un passato che non esiste, ma fondamentale per la formazione del loro essere. Il ricordo, la rimembranza, come simbolo arcano per ricordarci chi siamo e dove andiamo, ma soprattutto è il ricordo ciò che forma la nostra kantiana conoscenza. Una conoscenza che affiora tramite la nostra sensibilità come l’immagine nella camera oscura.

Blade Runner rimodella le strutture del genere fantascientifico, imponendo prepotentemente le visioni del direttore alla fotografia Jordan Cronenweth che associa la sporcizia umana in neri pressanti all’ hi-tech in un azzurro-blu sfavillante del buio delle nostre esistenze corrotte. Il finale aperto ma non troppo, suggerisce riflessioni ancora più oscure sul genere umano. Se Deckard è davvero anche lui un replicante, a rappresentare gli esseri umani ci sono solo vecchi, pazzi, malati e corrotti; mentre la bellezza, la forza e l’intelligenza sono solo di quei figli senza peccati se non della loro perfezione. È l’essere umano, dunque, l’abominio.

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