Bobby è un ragazzo ebreo, insicuro e di buone speranze. Decide di trasferirsi dall’East Coast a Hollywood, per lavorare per lo zio, un produttore cinematografico. Dalla sua casa provinciale di gangster e religione contraddittoria, alle luci abbaglianti di un mondo di capricci e scandali, dietro a uno zio che lo sottovaluta e gli dà un lavoro di fattorino. E con questo anche Vonnie, la sua Vonnie.

Woody Allen confeziona una commedia sull’amore insoddisfatto e mediocre, con ritmo frizzante ammaliato dagli anni ’30. Gangster, pupe in abiti lunghi e laminati, le star di Hollywood, segretarie infiocchettate e giornalisti rampanti si susseguono sullo schermo in personaggi caratterizzanti “alla Allen”. Il mio regista ebreo preferito replica infinitamente sé stesso, continua a riproporci i suoi amati personaggi che costellano il suo mondo: l’ebreo insicuro, l’amore fedifrago, la donna pura e noiosa, quella pirotecnica e inafferrabile.

Il ruolo tradizionalmente vestito da Woody Allen stesso è stato ceduto al talentuoso Jesse Eisenberg, che già in to Rome with love aveva dimostrato di essere tra i favoriti del regista per raccogliere lo scettro del paranoico ebreo newyorkese. La società frivola del jet set e di quelli che contano viene eviscerata in costumi, scenografie e una fotografia magnifica che fa sognare e trasporta in un’altra epoca, un’epoca in cui si poteva ascoltare del jazz alle 2 del mattino, in smoking bianco e anelli di diamanti da venti carati.

Un film leggero, mai noioso eppure terribilmente superficiale. Alla fine si ha il sapore di déjà-vu, un déjà-vu lungo 96 minuti.

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