L’ epica narrazione del mondo dopo il crollo della moneta: cosa succede se lo yuan crolla nell’epoca dove tutto è retto sulla finanza? Cosa diventa il tempo? Cosa diventa la vita?

Il film è claustrofobico, asettico, relegato tra le anguste pareti di una prigione hi-tech, la sontuosa limousine di Parker, la giovanissima mano oscura che controlla la finanza. Parker vive nella sua limousine, ci riceve il suo broker, la sua consulente, il suo informatico, la sua amante. Ed è solo nella limo che lo sorprendiamo, per un attimo, nel momento più intimo della pellicola. Non quando fa sesso, né quando si spoglia o fa eseguire da un medico il suo esame giornaliero. Quando urina, nella sua macchina.
Parker ha commesso un errore, ha scommesso tutto sullo yuan e lo yuan crolla. Con lui l’intera economia si piega e stramazza al suolo. Infuria la rivolta, New York diventa teatro di ferro e fiamme e noi lo vediamo attraverso i vetri oscurati della sua limo, che attraversa immobile la città in rivolta. Magnifica questa scena silenziosa e agghiacciante della rivolta oltre i finestrini, accelerata, palpitante che si scontra con quel microcosmo asettico e calmo. Nemmeno uno sguardo và oltre il finestrino, nemmeno i danni alla macchina lo preoccupano, metafora di come il mondo della finanza sia noncurante verso il mondo delle persone perché in tutto questo trambusto, nonostante la sicurezza venga continuamente allarmata su un uomo che vuole ucciderlo, Parker ha in testa solo una cosa: deve andare dal suo barbiere. Dall’altra parte della città.
Le atmosfere ansiogene prorompono, ti manca l’aria mentre continui a vedere la pellicola, Parker fa sesso e negozia con il suo matrimonio, mangia e si organizza, la gente si uccide e lui non sente niente. Ah, si. Ha la prostata asimmetrica. L’asimmetria di un sentire, l’asimmetria di un contatto con il mondo. Per ritrovarlo spara alla sua guardia del corpo che lo seguiva da sempre e in seguito si spara in una mano. Solo allora lo vediamo rompere quell’inespressività e piangere.

Il film si chiude all’ apice della tensione quando va a trovare il proprio assassino. Un uomo qualunque, quell’ uomo che ha ignorato finora e che adesso lui stesso cerca. Cronenberg torna a noi dopo l’insignificante A dangerous method con un film bellissimo con una grande regia. I movimenti della camera diventano i movimenti dei nostri singulti, fluidi per interrompersi di colpo. Pattinson finalmente dà prova di una performance di un certo livello, perfetto nel personaggio. Il suo “punto debole” diventa la sua forza. Lui è Parker. Atarassico, controllato, intoccabile inizia la sua parabola discendente dal momento stesso in cui si toglie gli occhiali da sole neri e da lì tutto crolla. La sua figura diventa metafora dell’accaduto andando via via scomponendosi, distruggendosi, come spaccandosi pezzo pezzo: prima gli occhiali, poi la cravatta, poi la giacca. Si sporca la camicia, il barbiere gli rade mezza testa, si spara in una mano. Il climax della distruzione vive in Pattinson che da una recitazione controllata implode in qualcosa di oscuro e umano al tempo stesso. Diventa una figura di cui non si ha pietà, ma che non si riesce ad accusare comunque. Un’interpretazione intensa anche per Juliette Binoche, sinuosa serpe nella limo, passa informazioni stringendosi il corpetto. La fotografia di  Peter Suschitzky non è da meno, accompagna una regia magistrale, in colori dapprima freddi, come l’azzurro della tecnologia della limo, per poi virare verso toni caldi, terreni, alla fine. Il barbiere e la sua macchinina rossa, la “tana” di chi vuole uccidere Parker solo per dar senso alla sua vita; fatta come di terriccio e polvere. Rosso, arancione, ombre pesanti.

Le composizioni delle inquadrature sono impossibili da non elogiare e qui il merito è anche dello scenografo Arvinder Grewal . Da quella della macchina, di cui vi ho già parlato, a quela della “resa finale” dove vediamo l’assassino e Parker parlare divisi da un muro.  Il primo accasciato su questo, sofferente. Il secondo che lo guarda smarrito. Il primo stretto nella penombra della casa, quindi reale; il secondo in un fascio di luce livida, irreale per quell’ambiente chiuso. Lo spread aumenta, l’euro perde potere. La crisi stringe il mondo e la Grecia è già crollata.

 -Uccidimi.
-Tu sei già morto.

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