Diaz parla di una delle pagine più buie della storia dell’Italia, abilmente insabbiata e sminuita da un certo primo ministro di cui non farò il nome: Silvio Berlusconi. Diaz  non è solo un film, ma anche un documentario, una pagina di una storia reale, preciso racconto di ciò che avvenne in quei giorni del G8 a Genova.
Vicari
è molto bravo nel farlo, non si avvale di nessuna squisitezza tecnica, con una fotografia da telegiornale, piatta, con colori veri e un po’ spenti e una regia che rasenta quella televisiva. Inizialmente la fotografia iperrealistica quasi infastidisce, ma dopo una ventina di minuti dall’inizio di Diaz mi è stato tutto chiaro. L’intento di Vicari è proprio quello di strapparti il cuore e raccontarti la verità senza il filtro cinematografico, come se stessi guardando il telegiornale nella tranquillità del tuo salotto. Un telegiornale senza bugie, senza censure, che ti mostra il sangue e la violenza per quello che sono, che non indietreggia, che non apparecchia le bare con empatiche interviste e romantici j’accuse (in senso lato) di Barbara D’Urso e le altre.    Vicari non si schiera contro la polizia, ma, al contrario, condanna duramente i balck block, mostrandone la violenza e non commettendo l’errore – tuttora commesso – di considerarli compagni che sbagliano. La vicenda è narrata con brutalità e lirica, senza star né primi attori tanto che Elio Germano scompare nella narrazione ben più importante e “pesante” delle vicende dei singoli. Si compie, così, una magia rara: gli attori è come se non esistessero, la finzione viene meno.

Ieri sera sono rimasto pietrificato. Ero immobile, con i brividi addosso che guardavo la polizia aprire in due il cranio di una ragazza che alzava le mani in segno di resa e ripetevo a me stesso:è successo davvero. Eh già, perché è un film dell’Orrore, ma quando si spengono le luci e torni a casa, ti stendi nel letto e ripensi alle immagini truci che hai visto, stavolta non puoi ripeterti mille volte né che i pagliacci assassini-mostri che vivono nelle fogne non esistono né che si sta parlando di un serial killer pervertito che hai una probabilità su un miliardo di incontrare nella tua vita. No. Non puoi nemmeno addurre gli orrori ad un’ epoca lontana, ad antichi dittatori o a luoghi distanti. No. Era il 2001, era a Genova, nel mio paese, l’Italia. La polizia, la mia polizia, è entrata in una scuola e l’ha ricoperta del sangue di persone che non avevano lanciato nemmeno una pietra. Il giorno dopo hanno insabbiato tutto, hanno disseminato false prove e il mio primo ministro ha avuto il coraggio di definire il tutto una contromisura per la sicurezza dello stato.

Oggi io dico: Non pulite questo sangue.

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