Il film si apre con un Jude Law nudo in un monologo sul suo “Imperatore”. Esso, l’attrezzo, la mazza, il fulgido Imperatore che qualcuno sta adoperando. Fin dai primi secondi sappiamo che Dom Hemingway è un personaggio del tutto sopra le righe, folle, irriverente e che, inevitabilmente, ameremo. Dom è finito in carcere per una serie di furti e per non aver mai rivelato chi vi è dietro, il boss, con una famiglia cheha distrutto con il suo vivere illegale e una figlia, a sua volta madre, con cui non parla.

Le vicende sono grottesche, folli, paradossali. Dom Hemingway è un film d’azione pur rimanendo fermo sui sentimenti e le dinamiche psicologiche dei personaggi che tra una risata amara e una sceneggiatura dark mostrano il lato più fragile del truffatore inglese cafone. In un’Inghilterra mai vista, sporca e disordinata, a metà tra Soho e una Los Angeles della Marvel, i personaggi della vicenda si susseguono come figurine tridimensionali, ognuno strutturato con grande attenzione. Il figlio del mafioso troppo giovane e buffone, l’amico di sempre di Dom ladro incallito con una passione per gli anni ’80, la figlia di Dom –un’incantevole madre dei draghi che canta lasciva a un party- dallo sguardo inflessibile e fragilissimo.
Una fotografia urbana e coloratissima che deve molto al genere cyberpunk e pulp, stringendo le tinte sature in ombre pesantissime; citando inoltre Paura e delirio a Las Vegas nella sua introduzione al devasto di Dom appena scarcerato.

Un film irriverente e dark che si poggia completamente sul suo protagonista, un Jude Law colossale nel suo talento che regala un nuovo, indimenticabile, personaggio al cinema.

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