Caleb viene chiamato dal genio programmatore Nathan (forse un caso che di cognome porti Bateman? Richiamando i protagonisti di Psycho e di American Psycho?) a capo dell’azienda per cui lavora a testare un progetto segreto: un’intelligenza artificiale. Tra i boschi di una località aspaziale, una casa bassa ci osserva attraverso l’occhio della sua videocamera: Hal9000 ci fa subito capire che Ex machina non è per stomaci deboli e che le ombre sulle AI sono lunghe e conturbanti.
Quello che Caleb è chiamato a fare è il test di touring ovvero il test delle intelligenze artificiali: si pongono in relazione tra loro l’AI e la componente umana e se la componente umana non capisce che dall’altra parte c’è una macchina allora il test è riuscito. Nathan si spinge ben oltre, perché – a differenza di come di solito accade – l’artificio non è nascosto dietro schermi, dietro trucchi. No, Ava è lì, messa a nudo in tutti i suoi ingranaggi futuristici e software di elaborazione. Ava – il cui nome non appare ovviamente casuale, come lo stesso mito della creazione citato più volte (troppe volte) – è chiaramente una macchina eppure, quando misteriosi blackout mettono a tacere gli occhi elettronici di Nathan, Ava ci guarda dritti in camera, sfidandoci a sentimenti umani. Nathan è un bugiardo – rivela in un sussurro a Caleb e noi spettatori percorriamo quello stesso sentiero d’incertezza e smarrimento, mettendo in dubbio che Eva sia davvero una macchina e non una donna con dei sentimenti fino ad arrivare a mettere in dubbio la nostra stessa natura.

Creatura e creatore si fronteggiano in dubbi amletici sull’esistenza e pulsioni, quelle pulsioni che spingono Nathan a creare solo AI femmine da cui è bandita ogni imperfezione in un sottile, magnifico e inquietante parallelismo con la figura di Barbablu, lambendo tematiche femministe. Il creatore è un dio giusto? Un dio magnanimo, un dio altruista? La creatura può temere il suo creatore e in che misura il secondo è padrone del primo? Il film di Alex Gardland ci chiama a ritrattare continuamente la nostra posizione rispetto ai tre personaggi principali, trascinandoci in un angoscioso vortice di domande senza risposte. Domande su chi siamo, su dove andiamo e in che misura ci siamo discostati dal disegno del nostro Creatore che sia Dio, Allah o il Big Bang. Siamo creature misericordiose o agiamo per i nostri meri interessi?
Al contempo il ragionamento s’avvita languido anche attorno al tema delle AI. Forse è lontano da noi lo spettro di un robot umano, ma non lo è quello delle intelligenze artificiali come possono esserlo i motori di ricerca. I motori di ricerca indicano come pensa la gente – ci rivela Nathan in un soffio tracotante e allora il turbamento si amplifica pensando a tutti i dati, le informazioni che ogni giorno immettiamo nella rete. I motori di ricerca ci spiano silenziosi come la macchina di Kubrick, e noi – consenzienti – raccontiamo loro tutti i nostri segreti e i nostri pensieri, convinti che il loro sguardo su noi sia benevolo. Gli raccontiamo quali sono i vestiti che ci piacciono, i libri, in cosa crediamo, su cosa ci masturbiamo, i dati dei nostri conti bancari, se tradiamo, se facciamo sport, quanti passi al giorno facciamo, quali spese facciamo, dove stiamo per andare con il prossimo aereo, se andiamo a puttane, che faccia abbiamo, quante calorie ingeriamo, chi amiamo, dove abitiamo, dove lavoriamo e perfino in che giorno cade il nostro ciclo mestruale.

Un film potente con una colonna sonora techno che ci spappola il cuore – fatta eccezione per due brani che ci guidano pedagogicamente nella lettura del film di cui non sentivamo il bisogno – ; un thriller incredibilmente forte e profondo che segna un nuovo punto fisso dei filoni sci-fi, distopico e cyberpunk i quali più di qualsiasi film drammatico e storico sanno farci riflettere su dove stiamo andando e su chi siamo. Gli interrogativi e le risposte non sono fantastiche però, ma drammaticamente reali.

0 0 vote
Article Rating