Amèlie Poulain lavora nel cafè Les duex Moulins e ama le piccole cose. Ama immergere la mano nel sacco dei legumi, voltarsi al cinema e vedere i volti degli spettatori rischiarati dalla luce dello schermo, ama rompere la crosta della crème brûlée in punta di cucchiaino. Amèlie ama le piccole cose che compongono il suo mondo, un mondo sospeso a tre passi da terra, un mondo fatato dove gli oggetti e i gesti hanno nuovi valori, nuovi significati, ma anche un mondo fuori mano, irraggiungibile, dove nessun altro può entrare.

L’infanzia di Amèlie non è stata semplice, i genitori l’hanno schiacciata e impaurita e lei, col tempo, si è emancipata da quelle personalità ingombranti, conservando e custodendo le ferite nel suo cuore. Nella vita di Amèlie però, qualcosa cambia: irrompe l’amore. E l’amore tutto tocca, tutto cambia.

Jean Pierre Jeunet firma una favola moderna, con un’Audrey Tatou in pieno stato di grazia. La struttura narrativa sa essere favolistica secondo il più squisito cinema francese e fedele allo stile del regista, un cantastorie delle nostre solitudini e dei nostri sogni. La fotografia di Bruno Delbonnel è così bella da caratterizzare la pellicola e tradurre in colori caldi e pastosi il mondo onirico della dolce Amèlie, sospinto dalle note iconiche di Yann Tiersen dai suoni di favole gitane e sonagli europei.

La sceneggiatura in punta di piedi riesce a raccontare le paure e le fragilità di personaggi tanto extra-ordinari da essere tutti noi. Il desiderio d’essere amati, di ritrovarsi, il desiderio di lasciarsi andare e il desiderio guidare chi si ama.  E ci ritroviamo, così, a seguire tremanti e traboccanti d’amore la storia di ognuno di noi, la nostra favole e la nostra realtà, o forse la storia di quando la favola ha contagiato la realtà e ne ha modificato i tratti. Di quando l’infanzia ci è tornata in una scatola di latta di vecchi giochi, di quando una vecchia fototessera ci ricorda chi siamo, di quando un ortaggio ci esorta ad essere noi stessi.

Noi non abbiamo le ossa di vetro.

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