A cosa pensi? Come ti senti? Che cosa ci siamo fatti?
Quando Nick torna a casa, sua moglie Amy è scomparsa. Il tavolino di cristallo è infranto al suolo, il letto vuoto, la cucina immobile dietro un piccolo schizzo di sangue. In una casa perfetta, dietro i suoi mobili da migliaia di dollari, il suo stile impeccabile si nasconde, al suo interno, l’orribile segreto di un matrimonio andato a male. Il bel Nick, quell’uomo smarrito, è lo stesso uomo che tradisce la moglie con una sua studentessa ventenne con due tette da “vienimi addosso”, che ne insulta le cacce al tesoro per i loro anniversari, visti non come l’evidenza che ha smesso di conoscere e guardare la moglie, ma come un sotterfugio di quest’ultima per rimarcarne le mancanze.
Poi c’è Amy. I suoi capelli come l’alba, il suo viso fino: l’assenza della sua scomparsa è riempita dalla pienezza dei suoi ricordi attraverso un diario. L’inchiostro d’infantili biro fila, in riccioli blu sulla pagina rigata, confessioni di una storia d’amore. Il corteggiamento, l’euforia. Quel bacio desiderato in una nuvola di zucchero – quello stesso gesto che le è stato rubato da una stupida ragazzina –, la proposta di matrimonio in soccorso di quei suoi genitori troppo, troppo ingombranti che hanno proiettato in un personaggio illustrato tutte le aspettative che lei disattendeva. È stato così che la mitica Amy è arrivata al suo break down.
Fincher costruisce un thriller al cardiopalma, dove una psicotica Rosamund Pike ci regala una donna aggressiva, potente, protagonista. Amy non è mai vittima: né del suo fedifrago marito, né dell’ex ossessivo, né della cattiva sorte e nemmeno dei due tossici che la derubano. Il personaggio di Amy è senza dubbio l’antagonista, l’efferato cattivo noir del nuovo film di Fincher che ci spinge non dico a compatire, ma a schierarci dalla parte del peccatore Nick. Al contempo, però, il suo personaggio porta con sé uno dei temi principali della pellicola: la violenza sulle donne.
Sebbene inventata, quella che racconta è la storia che per milioni di altre donne è stata realtà. La paura e le percosse fino all’omicidio perché quella donna è tua, ti appartiene. Come un oggetto, come può appartenerti uno stupido vaso. Un vaso non può scegliere per sé, un vaso è lì dove lo metti e se te ne dimentichi, se lo rovini, se lo butti in un angolo, non appena quel vaso vuol avere il suo valore, allora lo spacchi. Il fatto che siamo davanti a una trama irreale che ci dice che una simile donna non esiste (o almeno non tante), sembra sottolineare che un uomo violento, invece, esiste (e tanti, temo).
L’altro tema che rende il thriller claustrofobico e inquietante è il ruolo dei mass media. L’intera vicenda si svolge sotto i riflettori delle camere degli studi televisivi. La spettacolarizzazione del dolore e dei crimini attira sedicenti giornalisti in “investigazioni” morbose e modellini della casa dell’orrore. Non c’è pace, non c’è privacy. I fatti, i misfatti e soprattutto i fattoidi (cit) sono analizzati da presentatrici con manicure perfette che creano mostri e creano vittime. L’opinione pubblica vale più della verità? Se le persone “perdonano” Nick allora vuol dire che Nick è assolto?
In un paese in cui le sentenze sono emesse da una giuria popolare la riflessione ha un sapore ancora più amaro. Così le tragedie, da cui siamo tutti morbosamente attratti, vengono scandagliate da esperti, vicine, astrologi e mediocri scrittori. Conta più l’apparenza, la finzione, la menzogna. Noi siamo quello che appariamo, siamo schiavi di uno schermo: sia quando lo vediamo e lasciamo che le sue storie ci pervadano come fossero vere, sia quando ne siamo parte e facciamo dipendere le nostre azioni dall’approvazione o meno dell’opinione pubblica.
Rigoroso noir, con un gusto hitchcockiano dell’analisi sociale, sotto la clinica regia di Fincher che, come su un tavolo dell’obitorio, analizza gli oscuri meccanismi di un gone marriage e, aiutato dalla fotografia dark di Jeff Cronenweth, ci regala una riflessione conturbante di quello che noi, tutti noi, siamo diventati. Di che cosa ci siamo fatti.
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