Mike è uno stuntman, specializzato in incidenti mortali con le macchine. E’ un serial killer, capiamoci, e adora uccidere le sue strafighissime vittime in incidenti a 200 km/h.

Kurt Russel è un Mike strepitoso, losco, tamarro, con una macchina nera con un enorme teschio sul cofano. A trionfare in Grindhouse – a prova di morte il vero fulcro sono, però, le protagoniste femminili. Quentin Tarantino ci regala dei personaggi femminili superbi, completamente fuori dallo stereotipo cinematografico. Loro sono belle e volgari: donne in gonne e pantaloncini succinti si godono la vita tra spogliarelli in pub di provincia e canne sul sedile posteriore di una vecchia auto, autentiche vere, aggressive e romantiche. Sono donne che amano, che viaggiano da sole, che passano del tempo tra loro e parlano liberamente di sesso. Sono donne, vere donne, con la lingua di un camionista e il bacio di Marilyn Monroe.


Una fotografia bellissima, pulp, con colori saturi e inquadrature ad altezza culo che segue i movimenti delle belle, panoramiche ampissime che riprendono gli incidenti folli e splatter di Mike, silhouette che si muovono lungo strade asfaltate texane. La fotografia è pregna dell’estetica di un vero slasher (senza essere un vero e proprio slasher) anni ’70 con rigatura e salti di fotogramma di una pellicola non ben conservata. L’immagine si fonde alla musica, e la colonna sonora non è da meno: una perfetta compilation da cassetta, piena di rock ‘n’ roll, retro, accompagna senza mai sottolineare pedagogicamente le scene, come per quella – indimenticabile – della lap dance di Vanessa Ferlito  che si muove sinuosa sulle note di Down in Mexico di The Coasters.


Un film colto solo per pochi, veri amanti del genere che godrebbero della bellezza e del sangue, della fotografia e della regia in quello che è “cinema puro”. Per gli altri risulterebbe brutto e forse -eresia!- anche un po’ noioso.