Heart of a dog è un piccolo gioiello, è il cuore pulsante di un dolore che s’irradia in un’istallazione artistica video e attinge a tutte le arti perché il dolore che racconta è un dolore che prende tutti e cinque i sensi e lascia senza fiato. Il Cinema, del resto, non è forse la Settima Arte, quella che le racchiude tutte?
Lolabelle è morta. Il suo piccolo, dolce rat terrier, la sua compagna di una vita che di vita ne ha una propria, anche distinta da quella dei suoi “padroni”. Lolabelle nasce in un allevamento di cani abusivo e poi è venduta a una coppia che si separa. Lui non la vuole, lei non la vuole, il figlio la vuole e nessuno dei due vuole nemmeno il figlio. In questo strappo lacerante inciampa nella vita di Laurie Anderson e suo marito, Lou Reed. Il racconto sa essere dolcissimo e goffo, guardando un cane che suona il piano, che pittura, che modella la creta, ma Lolabelle è come l’artistica sineddoche che rappresenta un racconto a tre destinatari amorosi, è il Caronte quadrupede del viaggio della perdita e della morte. Quella sua, quella della madre di lei (in un legame inaffettivo e invalidante) e quella dell’amore di una vita intera, Lou Reed.

Il dolore della perdita diventa straziante in canzoni roche, ritmi synt e si gonfia potente nel petto nella rabbia e nella confusione, in disegni violentissimi bianco e nero animati. Dopo l’impeto, la paura e la rabbia, il dolore di aver perso qualcuno che si ama diventa tristezza e rimembranza; così la melanconia affiora in filmati Super 8, sfocati e dai colori ipersaturi, come solo i ricordi sanno essere. In un terzo momento viene il momento della ricerca d’un senso e qui il dolore viene misurato, rimodellato e rivissuto attraverso poeti, artisti, filosofi (Wittgenstein, Kierkegaard), scrittori (David Foster Wallace) e la religione (il libro tibetano dei morti) per cercare di trovare conforto, di sentirsi meno soli; per poi rinnegarli tutti in un a cosa serve la filosofia. L’uomo si rinnega perché il dolore va oltre la propria comprensione.
Heart of a dog non è un film e non è nemmeno un non-film per tutti. È un’opera magnifica e anche un po’ sconnessa, che ti strazia il cuore e ti consegna il suo, quello di Laurie. Quando suona la voce del suo Amore in Turning time around e ci sussurra la sua dedica d’amore a lei My time is your time when you’re in love /And time is what you never have enough of . La voce di Laurie copre la canzone: ci racconta che il libro tibetano dei morti dice di non piangere chi muore, di non chiedergli di tornare da noi. Perché lui non può farlo. Però si può gridare il suo nome per 75 minuti di girato, senza mai dirlo chiaramente.
Heart of Laurie Anderson.

 

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