Nella neve che inonda metà dello schermo, una giovane suora lascia alle sue spalle un convento spoglio. Prima di prendere i voti vuole conoscere la sua unica parente in vita, sua zia Wanda, sorella della madre. Scopre così, che i propri genitori erano ebrei e come tali sono stati uccisi durante gli anni del nazismo.
Un viaggio fisico e spirituale in un film on the road desueto fatto di grandi silenzi e vuoti dell’anima. Lo sguardo nero e puro di Anna si perde oltre il finestrino da cui intravede una vita che non conosce. Dall’altra parte sua zia Wanda, giudice sanguinario della restaurazione del comunismo, una donna che vive sola, che fuma, che mette il rossetto e ama con libertà. Due mondi che si scontrano nel silenzio di una Polonia innevata, in dialoghi raffinati e in gesti eleganti.

Il tema della scoperta di sé e del proprio corpo si racconta in dettagli rivoluzionari per la storia, come il valore simbolico del velo che cela i capelli di Anna che immaginiamo tutto il tempo e vediamo la prima volta di notte, mentre tutti dormono, ma raccolti. La scoperta, sensuale, la facciamo attraverso i giovani occhi di Anna, davanti lo specchio: elemento del tramite e del viaggio interiore. La superficie riflettente dello specchio era il finestrino attraverso cui Anna guardava al mondo esterno e diventa, successivamente, la toeletta della zia.
Il dubbio, esistenziale e universale di Anna, è il dubbio che stringe ogni adolescente: chi sono? Chi voglio diventare? Nevrotico percorre il film e si amplifica nello sguardo di un giovane sassofonista.

Un magnifico formato quadrato costringe la composizione fotografica in un equilibrio, altamente simbolico, della metà. Così come lo schermo viene diviso a metà nel bilanciamento di chiaro-scuri e immagini, così è diviso l’animo di Anna e al contempo la coppia che forma con la zia. Il rapporto è sempre duale, unito eppure diviso. Un bianco e nero leggermente contrastato continua il gioco della lotta interiore interpretato dalle bravissime Agata Kulesza e la rivelazione Agata Trzebuchowska.

Sulle note di Naima di Coltrane e 24 mila baci di Celentano, Pawilowsky costruisce un film che diviene mai propriamente drammatico, ma in un sussurro lieve disordina le trame del genere on the road.


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