In un’atmosfera fiabesca romantico-gotica, i neri inghiottono le figure, spezzate da un’illuminazione parziale e violenta. Gli occhi, come sfere di cristallo sull’animo, ci lasciano scorgere paure e desideri, gli stessi sentimenti che dimorano in ognuno di noi: ogni desiderio violento, ha un costo violento – ci sussurra il negromante.
Tre storie diverse eppure simili, che s’intrecciano tra loro in dettagli di richiamo come un vestito azzurro o i saltimbanchi a una festa, hanno però al loro cuore lo stesso tema palpitante: il desiderio. Una regina desidera avere un figlio, e per quel desiderio che le ha rubato il sorriso è disposta a sacrificare tutto, perfino la sua stessa relazione amorosa nel simbolismo favolistico della morte del re. È il suo matrimonio a doversi sacrificare, a doversi spegnere, perché possa realizzare il suo desiderio di maternità in un’eco fin troppo vicina alla nostra vita. Nel bianco sterile, in una luce fredda e livida, il cuore pulsante del drago marino palpita ancora mentre lei lo mangia vorace: lei si sta cibando di ben più che di un semplice organo di un animale leggendario, lei sta divorando il suo matrimonio, le sue ansie, lei sta divorando il suo ventre e la sua sterilità, e si nutre di tutto il suo desiderio violento ed egocentrico.
Alla fine rimane incita, ma la sorte è beffarda, e regala un altro bambino, quasi gemello, alla serva che le ha cucinato quel desiderio palpitante. La rabbia di dover condividere quel figlio tanto voluto l’acceca e la fa perdere – figurativamente e letteralmente – in un labirinto che spegne la sua gioia, quando si accorge di non poter controllare l’amore altrui. Nessuno ti amerà come ti amo io – è la frase simbolo di un rapporto amoroso morboso e violento, che deve risolversi con altrettanta violenza e farsi sacrificio.
Nella seconda storia c’è sempre una tracotanza, ma è quella di un padre. Un padre ripiegato completamente su stesso e cieco ai desideri e alle aspirazioni della figlia; un padre che sembra amare più una pulce che lei al punto da giocare il suo destino di donna e di essere umano per soddisfare la sua vanità. La giovane principessa è costretta a fare scoperta del nudo mondo al prezzo della semplicità e dell’orgoglio di un padre lontano: dalla sua torre e la storia d’amore di Ginevra e Lancillotto, a una caverna sul precipizio della sua disperazione e un orco. Un orco che uccide e sopprime tutte le cose che ama, tutto ciò a cui tiene. Una relazione soffocante e possessiva di cui il soggetto è prima il padre e poi lo sposo, una relazione di cui lei è vittima passiva e che, infatti, si spezza solo quando è lei a prendere in mano il suo destino e si fa paladina di se stessa, è lei a salvarsi ed è pronta a diventare sua regina e non più figlia o moglie di qualcuno.
Infine, il terzo racconto, dove il desiderio è altrettanto forte quanto multilaterale: sia per il principe che si nutre e si dissolve nel desiderio non sessuale, ma di giovinezza; sia per le due sorelle che vivono nella tensione ossessiva del decadimento del corpo. Il desiderio è tanto forte che il principe non può sopportare la vista di un corpo vecchio e che le due sorelle ricorrano ai più drastici rimedi per essere diverse, fino allo scorticamento, estremo simbolico del voler cambiar pelle. L’ossessione gli è fatale: lui si strugge in un amore fasullo amando la vecchia che ha defenestrato e lei vive la breve illusione di essere potuta tornare giovane. Nella struttura filmica che alla fine fa affluire i tre intrecci nell’infinito di un cerchio, ad attraversarli è l’ago della bilancia: un funambolo, che tiene l’asta dell’equilibrio tra vita e morte.
Garrone confeziona un film sontuoso, affascinante e decadente e lo fa senza tradire il suo stile, al contrario di quello che molti scrivono. La bellezza fiabesca e medievale non è ottenuta tramite pesanti effetti visivi, lasciati al minimo, ma attraverso la riscoperta della bellezza potentissima della nostra terra. Come non riconoscere il castello Donnafugata e le Gole dell’Alcantara in Sicilia nella scena del drago marino? O il bosco del Sasseto nel Lazio, dove il principe trova la bellissima e nuda giovane vecchia? Il castello del principe interpretato da Cassel nell’abruzzese Roccascalegna, mentre quello del Re Pulce nel castel del Monte? Per non parlare degli insediamenti rupestri di Gravinia di Petruscio, in Puglia, nell’abitazione dell’orco? Non c’è digitale che tenga alla bellezza della nostra terra, e se Garrone non usa attori sconosciuti come in Reality, ci fa invece conoscere e riscoprire portandoci allo stupore di quello che abbiamo sempre sotto i nostri occhi e bistrattiamo.
Lo cunto de li cunti di Basile rinasce in una fotografia superba di Peter Suchitzky e sotto la colonna sonora cupa e potente di Alexandre Desplat, cui non servono presentazioni.
L’umanità è grottesca, dove i veri plasmatori di desideri e destini sono gli uomini e non streghe e negromanti,  invece solo lo specchio di chi vede davvero le cose con il loro nome. Il sovrani di il Racconto dei Racconti hanno molto in comune con i nostri politici e uomini di potere, così come la violenza: si assiste, dunque, alla trasposizione fiabesca della realtà contemporanea tanto amata dal regista, che la contrappone al talento delle numerosissime maestranze italiane che hanno lavorato al film. Una pellicola densa, che trovo anche adatta ad un pubblico di ragazzi, che ci lascia con il fiato sospeso e pieni di numerosi interrogativi.

Sporgersi sull’abisso dei nostri animi neri ha un prezzo: il disincanto del cuore, paradossalmente evocato dall’incanto degli occhi.

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