Riley è una bambina, o forse no, Riley non è solo una bambina: Riley siamo noi. Cresce, gioca, impara, si diverte. L’infanzia scorre leggera un’emozione dopo l’altra: ogni esperienza, ogni emozione, contribuisce a renderla chi è, così la passione per l’hockey, l’ironia, la propria famiglia, l’amicizia si costruiscono come isole felici. Le emozioni sono le custodi dei nostri ricordi fondamentali e coloro che governano i ricordi che verranno. Quando però Riley entra nell’adolescenza qualcosa, letteralmente, si rompe: quel mondo protetto, ovattato, perfetto, ma anche in qualche modo limitato, si apre a nuove esperienze, a nuovi umori e a nuove scoperte. La gioia non è più l’unica imperatrice dei nostri giorni, ma si fa largo anche la tristezza.

La Pixar firma uno dei suoi capolavori in un film emozionante e profondo che riesce a raccontare il passaggio da infanzia ad adolescenza come nessuno era mai stato in grado. Lo fa con semplicità, tenerezza, ma anche con un linguaggio complesso eppure immediato.Le riflessioni sulle nostre emozioni sono bellissime, piene di citazioni dei testi di Freud e Jung ( come i quattro stadi del pensiero, una vera chicca!) ancora una volta dimostrando come si possano fare film d’animazione intellettuali e alti, eppure incredibilmente accessibili. La figura di Bing Bong, l’amico immaginario di Riley, ci riempie il cuore di malinconia osservandolo scomparire affinchè Riley possa crescere. Oppure come non apprezzare la narrazione di quel momento di smarrimento, che tutti abbiamo provato, quando i nostri genitori sembrano distanti, incapaci di comprenderci? Quando non riusciamo a vedere riflesso nei loro occhi l’orgoglio di esserci accanto?
La protagonista del film è Tristezza. Siamo cresciuti con Walt Disney e le sue fiabe da vissero felici e contenti, così intrappolati nella smania di felicità da cambiare ogni finale delle fiabe di Andersen perché combaciassero con quell’idea di gioia. Tutto era un canto, tutto era un balletto. La divisione tra buoni e cattivi era rigida, così come i ruoli maschili e femminili, per non parlare di altri tipi di diversità. Siamo cresciuti con sogni impossibili: estranei che s’innamorano al primo sguardo, lavori mai faticosi, amici infallibili, genitori pronti a ogni sacrificio, donne bellissime, bravissime al cucito, nel canto e nella danza, un mondo dove i cattivi vengono sempre puniti. Questi sogni impossibili ci hanno portato a soffrire e quella stessa sofferenza è stata per noi, all’inizio, incomprensibile. Ovviamente non è solo colpa della Walt Disney, è il mondo che ci ha voluti così: felici ad ogni costo. Un mondo che ha bandito tristezza, dolore e vecchiaia.  Così, la tristezza è diventata un sentimento da bandire, la noia un pericolo da eliminare. Eppure tristezza e noia sono fondamentali parti della vita. Basti pensare a una relazione amorosa: è giusto e sano che ci siano momenti di tristezza, o litigi e perfino la noia. Eppure non ci siamo abituati e subito crolliamo nel vortice dell’abbandono. Allo stesso modo, in questo film d’animazione Gioia è terrorizzata da Tristezza: la rinchiude in un cerchio e gli impone di non uscire, le vieta di toccare i pensieri di Riley e le cerca d’impedire di essere parte della sua vita; ma quando Tristezza va via, tutto inizia a crollare. In ogni momento di felicità, c’è anche un po’ di tristezza. Spesso la felicità nasce proprio dalla consapevolezza delle sofferenze e altrettanto spesso ciò che ci rende capaci di aiutare gli altri e renderli felici è aver fatto esperienza del dolore e della mancanza.

Inside Out ci mostra un mondo che cambia, un mondo che sembra non avere più paura di tutto ciò che non è felicità. Il dolore esiste e il dolore che rende migliori. Anche più felici.


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