Ieri, finalmente, io e il mio amico Salvatore ci siamo decisi ad andare a vedere Jurassik World, della cui antologia cinematografica siamo ormai deliranti estimatori. Dopo esserci sparati un selfie vicino al manifesto traslucido fuori dalla sala – la qual cosa ci è costata un nervo sciatico, una tendinite e la derisione da parte di un gruppo di ragazzette che andavano a vedere un film con Sofia Vergara nella sala accanto – e aver acquistato una specie di bidone di pop corn ci siamo accomodati nella sala per la visione in lingua originale. Ho scelto con cautela i posti, rigorosamente in terza fila, e quando il main theme jurassiko ha iniziato a risuonare io e il buon Sasi eravamo già un fiume di lacrime come nemmeno mia madre quando guarda Hachiko.
La malattia dei remake colpisce proprio tutti e forse il buon Steven Spielberg era ancora più nostalgico di me e Salvatore quando ha deciso di girare questo quarto capitolo della saga dei dinosauri. Il film si ambienta in quello che era il sogno naufragato di Jurassik Park: un parco a tema con i dinosauri. Non manca una posizione certamente critica nei confronti de parchi tematici (uno a caso su tutti), definendoli luoghi commerciali che, stretti dalle multinazionali, hanno ormai perso di vista il magico sogno che si promettevano di far vivere. Business man del tutto ossessionati dal numero dei paganti, proiettati nel creare nuove specie di dinosauri più grandi, più paurosi e più dentati con nomi scelti dagli sponsor capeggiano su piccoli lavoratori che lavorano in ciò in cui credano, in ciò in cui sognano.Jurassik World è certamente un blockbuster piacevole, ma non è riuscito a far rivivere la magia del primo capitolo. Certamente Colin Trevorrow (Eh sì, poi Spielberg si è tirato indietro per la regia) si perde in un meraviglioso citazionismo sia degli altri capitoli della saga come in alcune inquadrature (ad esempio quella dell’elicottero che avanza sulla foresta) o negli oggetti ritrovati nel vecchio parco o come anche nella colonna sonora, ma anche di altri film di Spielberg com’era impossibile farsi sfuggire che lo squalo dato in pasto all’enorme dinosauro marino è niente di meno che lo squalo di Jaws.
Tuttavia la pellicola cade comunque nell’ovvietà della trama: guarda un po’ il figo ex marines adesso è una specie di animalista preistorico in bermuda peace&love uscito una volta con la capa dal caschetto ginger maniaca del controllo. Per ribadire bene il concetto che lei è una lavoratrice compulsiva da “mai una gioia” è vestita del tutto fuori dal tempo: una specie di vestaglia che le arriva fino alle caviglie ma che, nel corso della lunga notte di inseguimenti, lotte e follie, si strappa strategicamente dove deve strapparsi. Si sfiora il ridicolo pensando che la giovane corre, sfiora più volte la morte, cammina in paludi, salta sui cammelli e ara la terra con un magnifico tacco 10. Già, perché altrimenti la scena che le inquadra le gambe nude non sarebbe stata la stessa senza un bel tacco improponibile: del resto qualsiasi donna in una situazione di pericolo in un’ambientazione tropicale, inseguita da una specie malvagissima di T-rex decide che le décolleté  (spero vogliate apprezzare il mio impegno nel cercare questa parole sulla Treccani) che teneva la mattina sono la scarpa ideale per questa adorabile avventura!
Lo scivolone avviene più tecnicamente anche su questo nuovo fantomatico dinosauro super-pauroso che, bhè, – questo è imbarazzante – non è un dinosauro. La sceneggiatura vacilla per il colpo di scena tanto desiderato riguardo i velociraptor: appare infatti una roba da complottisti da scie chimiche pestare i piedi per terra perché il super scienziato pazzo (ovviamente cino-giapponese-coreano, ma qui spero in un tributo a Godzilla) non abbia detto a un caz*aro qualsiasi addestra-dinosauri da quale incrocio mostruoso e proibito ha ottenuto la sua creatura. Insomma!
Un ultimo elogio alla “quota nigga” che deve sempre esserci in ogni film americano, ovviamente data a uno dei soli tre neri che lavorano a Hollywood: Omar Sy (chi sono gli altri due? Jamie Foxx e Samuel L. Jackson). Cioè voi mi state dicendo che aprono un mega parco tematico in America (dove la popolazione è a maggior parte ispanica e africana) e c’è un solo uomo di colore? Puah.

Insomma, un film assolutamente piacevole, d’azione, ma i kleneex che io e Salvatore ci eravamo portati sono rimasti ben chiusi nelle nostre tasche e raccontiamo a noi stessi un po’ delusi che il film ha vacillato perché a dirigerlo non c’era zio Steven.

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