Virgin Oldman è un battitore d’aste e un collezionista. Virgin ha un’ossessione, che insegue e lo perseguita in ogni opera d’arte: la figura femminile. Le colleziona, lui, le donne. Le appende ritratte nei suoi quadri affollando le pareti di relazioni mai vissute, ma solo desiderate. E sono loro le sue relazioni, il suo sesso, il suo affetto. Gli abbracci non sono che vernice, i baci non sono che chiaroscuri bidimensionali. Poi, qualcosa cambia, e il tormento diventa carne e quel suo occhio tanto attento a riconoscere la bellezza non riesce però a cogliere l’enorme falso che va costruendosi intorno a lui.

L’opulenza della scenografia è l’opulenza della vita di Virgil. Cornici intarsiate, legni porosi, dipinti che affiorano come sirene tra la spuma delle onde. La vita di un uomo è raccontata attraverso i suoi guanti, che comunicano il distacco, ponendo sempre uno strato tra la sua mano e quella degli altri. Ed è proprio attraverso i dettagli – fittissimi – che si riesce a narrare un’intera storia, con una fotografia eccelsa di Fabio Zamarion e una colonna sonora sublime del maestro Ennio Morricone, accompagna la storia enfatizzandola e mai coprendola, guidandoci nelle emozioni, in premonizioni, arrivando dritta sotto l’epidermide.

Geoffrey Rush è bravissimo. Virgil è così vero che d’un tratto non ricordi più il nome dell’attore che lo interpreta, così come Jim Sturgess e Sylvia Hoeks. Soprattutto lei. Ho provato un’ emozione densa quando lei, per la prima volta, si mostra a lui. Viso a viso. Lei ruota il capo con lentezza, Tornatore apre il diaframma, aumenta il contrasto e la luminosità, e a un tratto il suo viso sembra affiorare come il dipinto di Valiante dal legno poroso. Nel suo pallore, in quegli occhi immobili sembra di scorgere un dipinto. Questa sequenza ci riconduce al fil rouge di quest’opera cinematografica: il parallelismo con l’opera che si credeva di Valiante. All’inizio si scorge sol un occhio sull’asse di legno. Proprio come l’occhio dalla feritoia che preannuncia la presenza di Claire a Virgil. Un falso che si rivela un autentico di inestimabile valore.

La sceneggiatura riesce a essere la silenziosa seconda traccia della vista, imboccandoci dettagli sonori, piccoli indizi. Nel falso c’è sempre un dettagli autentico. Il falsario non resiste e lì si tradisce: lui l’aspetta, seduto nel grande falso in cui è vissuto in cui il loro amore era il dettaglio autentico, il Night and Day. O così egli spera con tutte le sue forze, o così speriamo noi, mentre le luci gradualmente si riaccendono.

 

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