La follia umana della Seconda Guerra Mondiale ha lasciato terre arse e cadaveri scomposti. Il vento freddo sferza il viso dei superstiti della razza umana: il loro cuore si è pietrificato e nei loro occhi le lacrime sono diventate sabbia. Nella bianchissima sabbia della costa danese sono rimaste milioni di mine antiuomo disseminate dai tedeschi che avevano lì previsto – erroneamente – lo sbarco degli Alleati. Così, i prigionieri tedeschi vengono impiegati per disinnescarle. Occhio per occhio, dente per dente. Ma sul bagnasciuga, davanti agli occhi di ghiaccio del Sergente Rassmussen non ci sono nazisti. Ci sono solo ragazzi in uniformi troppo grandi, che di tedesco hanno solo i ricordi d’infanzia quando si poteva ancora correre per le strade ed essere diversi non era una colpa.

Zandvliet confeziona un film elegante. L’eleganza è la cifra stilistica di questo film duro e commovente, che in inquadrature ariose riesce a raccontare una piaga nascosta e dolente dei vincitori della Grande Guerra, riesce a sollevare il tappeto lustro e splendente dei Buoni. La struttura narrativa è solida e si segue carichi di tensione dall’inizio alla fine una storia in fin dei conti semplice, ma che sa diventare di grande impatto emotivo anche grazie a una colonna sonora perfettamente danese: minimal e potente, grazie al sapiente uso dei silenzi del Cinema nordico.
Quando viviamo troppo dolore da poter sopportare, cerchiamo un colpevole su cui riversare il nostro odio e la nostra rivalsa. Qualcuno deve pagare per i campi di concentramento, il terrore, le torture, l’orrore, la guerra, i morti, le speranze oppresse e i sogni spezzati. Molto spesso l’indice accusatore finisce verso le persone sbagliate, in una lotta tra oppressi. Il finale toglie il fiato: ricorda la corsa liberatoria de I Quattrocento colpi, ma stavolta non c’è la spiaggia davanti ai piedi per correre.

 

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