Thorin Scudodiquercia vuole riprendersi ciò che è suo di diritto: la fortezza di Erebor, dove i nani di Thròr sono stati trucidati e le loro ricchezze depredate dal drago Smaug. Al manipolo di nani, Gandalf il grigio aggiunge Bilbo, giovane hobbit.

Finalmente ho potuto vedere il terzo capitolo, e ora posso scrivere di questa trilogia nella sua interezza, andando oltre l’ultimo film di questa secondo trilogia jacksoniana. Peter Jackson adatta un libricino, di poco più di duecento pagine, a un girato di otto ore circa. Questo è stato possibile grazie a frammenti, annotazioni e atti di pura fantasia del regista che forza fin da subito la narrazione per cercare di creare uno pseudo-prequel de Il Signore degli Anelli. Quello che viene tradito non è solo lo spirito giocoso e favolistico della piccola opera tolkeniana, ma ben più grave viene meno il patto con gli appassionati dell’opera stessa.
    Bilbo Baggins, hobbit descritto come dedito all’ozio e al cibo, qui è un protagonista quasi epico: abile, coraggioso, astuto. Nulla manca all’esponente di una delle razze fantastiche più note per timore, accidia e giocosità; ma lui dev’essere il protagonista non di una favola, ma di una narrazione che vorrebbe essere epica. In questa chiave vengono rimosse la quasi totalità delle canzoni naniche che costellano l’opera originale, lasciandone solo due, nel film, bellissime. Thorin è un nano, poi, umanissimo. Umano nel senso delle sue caratteristiche fisiche: è slanciato, il viso esile, pieno di una certa bellezza non tipica della sua razza. Lo stesso discorso vale per il giovane nano – che molto assomiglia ad Aragorn – che ha addirittura una storia d’amore con un’elfa; una concessione romantica al grande pubblico cui Jackson strizza continuamente l’occhio, portando la narrazione (ovviamente non presente nemmeno per sbaglio nell’opera originale) fino al limite del decente. Limite che non è fortunatamente oltrepassato grazie alla morte – stavolta definitiva – del giovane nano. Così Legolas, nientedimeno che figlio di re Thranduil, signore di Bosco Atro Settentrionale, discendente della linea regale degli elfi Sindar, è ridotto a un cretino innamorato di una volgare (nel senso di appartenente al volgo) elfa silvana qualunque che continua ad amare nonostante lei l’insulti innamorandosi un nano, in uno scambio di battute finali degne di un episodio di Centovetrine. Sempre sul rapporto nani-elfi, storicamente, letterariamente, universalmente, legato non dico all’odio, ma al non piacere reciproco, viene giustificato in un flashback verbale di Thorin, che racconta del non intervento degli elfi quando Smaug prendeva il controllo. A proposito di Smaug voglio invece dire che la caratterizzazione del drago sembra essere l’unica cosa aderente al fantasy e che la scena del mare d’oro in cui sprofondo Thorin, vittima della malattia del drago è stata molto bella; così anche Radagast e il mutaforma Beorn ai quali, purtroppo, non viene dato molto spazio.

Una trilogia piacevole, dove i milioni di dollari di budget si sentono e si vedono, ciò cui assistiamo non ha niente di grandioso. Non è né epica, né tantomeno l’opera tolkeniana. È un abuso: della mia pazienza, del mio amore per Tolkien e del mio tempo. La narrazione dei primi due capitoli ha veri e propri buchi nella sceneggiatura, nei quali il girato langue e ristagna. Nell’ultimo capitolo, finalmente più corto è sicuramente più action, Peter Jackson sembra, invece, aver subito un’altra fascinazione: quella del videogioco Shodow of Mordor. La sequenza del combattimento di Legolas è un esempio molto chiaro di quello che voglio dire: l’elfo salta sui cubi di ponte che crollano, andando decisamente oltre la proverbiale agilità elfica.

L’epica nasce per farci sognare, emozionare, per confrontarci con eroi invincibili e temerari, capaci di vincere le loro debolezze. Il racconto dovrebbe trovare forza nel suo genere e non tradirlo, esaltando i tratti che l’hanno reso millenario e così amato (sebbene sempre di nicchia). L’uomo vuole raccontare storie straordinarie, ammirare vite uniche e confrontarsi attraverso la fantasia con i grandi interrogativi cui non può ancora dare risposta. Così, l’erosione dell’epica è colpa dello stesso nemico che forse impedisce la nascita (letteraria) di un nuovo Tolkien: la tecnologia. Così presi nella nostra corsa tecnologica, nella scoperta scientifica, sembra che abbiamo dimenticare lo stupore della luna di Astolfo. A rendere epiche le gesta, sono la straordinarietà delle soluzioni e non dei mezzi. Aragorn può inciampare, perdersi e titubare; a renderlo epico è l’ardore con cui si alza, unisce tutte le razze in una lotta contro il male, e li invita a dominare la paura. Non importa se il discorso ai Neri Cancelli nella Trilogia non esiste, importa che Aragorn rappresenti il riscatto degli uomini, il superamento dei vecchi rancori e delle debolezze umane. Un film non è la fedele riproduzione di un romanzo – certamente – ma non ne deve tradire lo spirito e il genere, né tantomeno gli appassionati che hanno messo Peter Jackson dov’è.

0 0 vote
Article Rating