Stanley Crawford è un abilissimo prestigiatore, che attingendo dall’immaginario del sol levante, fa sparire elefanti e sega a metà giovani geishe. È incredibile pensare che uno dei maghi più famosi di fine anni ’20 sia cinico e razionale oltre ogni buon ragionevole dubbio. Lui che crea l’illusione non s’illude che la magia esista. L’amico d’infanzia, mago anche lui, lo porta in Francia perché smascheri una – si dice prodigiosa – chiaroveggente.

Allen ormai è intrappolato nel desiderio senile, quanto infantile, di non fare più arte ma intrattenimento. Realizza così un film l’anno, piacevole, leggero e superficiale. Ormai troppo vecchio perché incarni i panni del se stesso filmico, passa da Jean Reno a Colin Andrew Firth per rappresentare l’uomo cinico, nevrotico, insopportabile (ma, attenzione, sempre maledettamente geniale) che cade nelle grinfie di una donna semplice di mente, l’unica che possa dare conforto all’uomo; accolta a discapito della competente, fedele e arguta compagna. Una commedia divertente, senz’altro, ma scialba, priva di una profonda riflessione sugli animi umani, come il regista newyorkese ci aveva abituati.
Tutto scorre tra meravigliosi costumi di scena e i due protagonisti di grande talento (cui oltre Emma Stone vorrei ricordare anche Eileen Atkins) intrappolati in cliché troppo prevedibili perché strappino un sorriso agrodolce tipico dei bei vecchi tempi. Colin Firth è legato mani e piedi al personaggio stantio costruito su misura da Woody Allen che, in due passaggi, mi è sembrato addirittura di sentire l’intercalare della parlata del regista. Parlo di quell’accelerazione del parlato che si risolve in una parola mozzata del silenzio: l’effige nevrotica e stanca di una parlata che ha fatto la storia. Bisogna però dire che Firth riesce sempre a rendere suo ogni personaggio che interpreta: regala a Stanley delle sfumature poco alleniane, facendo emergere un autismo comico dell’intellettuale arrogante che ormai conquista sugli schermi grandi e piccoli.

La magia dell’amore sembra essere il dardo che trafigge il cinismo del prestigiatore, che riscopre il senso della sorpresa nei grandi occhi della (presunta) truffatrice, in un viaggio amoroso tra scogliere e osservatori. Una commedia che, seppure gradevole, delude, e a tratti annoia, chi ha amato pellicole come “Harry a pezzi”, “Annie Hall” e “Manhattan”.