Isaac è fidanzato con Tracy, che torna a casa perchè “deve fare i compiti”. Vede distanze, incolmabili, sono solo perchè lei ha diciassette anni. Nevrotico, annoiato, si muove per una Manhattan febbrile che promette sogni nuovi di zecca e piccoli tesori vecchi di decenni. George Gerwish  risuona languido in un bianco e nero contrastato e sontuoso, mentre Isaac si perde in masturbazioni mentali colte eppure vacue. Così lui e il suo entourage si uove nell’ineffabilità delle cose superficiali, nuotando istericamente in acque bellissime quanto poco profonde. Così presi da se stessi da non riuscire a vedere l’autenticità, eppure profondamente giudicanti. Lo è anche Isaac nei confronti di Tracy, giudicante e superbo, comportandosi “da grande” e trattando lei come una bambina da accudire e rifuggire perchè lei ha il coraggio di esprimere i propri sentimenti, di riversare le proprie emozioni in gesti e parole trasparenti.
Isaac cieco si perde in una mostra che non capisce davvero e s’invaghisce dell’intellettuale Mary Wilkie, una donna affascinante quanto volubile. Proprio come la mostra dove si sono incontrati, i due personaggi parlano tra loro senza comunicare: citano, ridono, parlano di parole scritte da altri e vedono in similitudini di quadri dipinti da altri.

In una Manhattan da perdere la testa, ci ritroviamo a osservare – in punta di sorriso e in trabocco di cuore – le cose importanti della vita, quelle cose che rappresentano i motivi per rimanere vivi. Quei motivi che Isaac elenca sul suo divano, in un monologo che fa la storia del Cinema. L’arte e l’Amore. Profondamente compresi, profondamente vissuti, sullo sfondo di una città che è Casa.

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