Mi chiamo Sam è un film che si veste di tenerezza, ma che non si nasconde mai dietro un dito. Fin dai primi cinque minuti tira fuori un tema solitamente scabroso: il sesso e i portatori di handicap. Perché noi viviamo in una società che se non sei magro, bello e ricco il sesso non può esserti associato. Niente scene di sesso per i brutti, i deformi, i poveri, nel cinema. Niente inquadrature erotiche per un seno operato per un tumore, niente coito all’Antonio Banderas se sei John Belushi. Ti risvegli nudo e basta. Coperto da un piumone, possibilmente. Dis-abili e Dis-amanti. Così Sam si ritrova con una bambina fatta con una femmina (perché madre non lo si è, madre lo si diventa) che si vergogna di aver avuto un rapporto con lui e ne abbandona il frutto come un rifiuto. Le “colpe” dei padri ricadono sui figli.
Sam invece non scappa, rimane abbagliato, affascinato dalla perfezione di quella bambina, di una bambina che reputa migliore di lui, intelligente, sveglia. E sente che è la sua occasione di riscatto quella bambina, il suo contributo al mondo: mettere al mondo un figlio che è meglio di me. Lucy, Lucy in the sky with diamonds.
Con una tenerezza, una forza, ma anche pieno di limiti che non vengono mai taciuti, Sam cresce Lucy. E non viene nemmeno taciuto l’affetto e al contempo il disprezzo di Lucy per il padre, che non può stimolarla intellettualmente o aiutarla con i compiti ad un certo punto.

Attraverso, citando e amando i The Beatles, Jessie Nelson si veste di una regia fluida, mai pietosa, ma ricolma di tenerezza che si fonda su un Sean Penn immenso. Perché poi il vero scarto di distanza è dato da lui: immenso, profondo, commovente; sostenuto da una corollario di attori non da meno come Michelle Pfeiffer eDakota Fanning. Penn si riconferma uno dei migliori interpreti contemporanei, con quel cruccio sul viso che non può lasciare indifferenti. Ed è così che, in punta di piedi, si racconta una storia diversa su un tema davvero complesso, senza grandi stranezze e senza Vietnam. Si racconta attraverso gli occhi di un uomo, i suoi desideri e i suoi limiti. Senza mai dimenticare i limiti, perché sono quelli che indicano l’altezza del salto.

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