Dead man is walking.

Questo si sente ripetere mentre attraversi il miglio verde, in prigione. Un miglio che ti porterà dal braccio della morte alla sedia elettrica. E in quel miglio, ascoltando quelle parole ripetute da altri detenuti sei già un uomo morto che cammina.

In quel miglio si incontrano e si scontrano due vite, apparentemente di due uomini su due sponde opposte: quella del condannato a morte John Coffee e quella del secondino Paul Edgecombe. Due uomini diversi anche nel colore della pelle si guardano negli occhi attraverso le sbarre, un limite che inizialmente fa sentire al sicuro il secondino. Quell’uomo enorme di colore è accusato di aver abusato e ucciso due bambine. Un mostro. E per i mostri non esiste compassione.

Il libro di Stephen King è duro e oscuro, e ci conduce morbosamente  a temere l’uomo nero, a seguire i fili della sua memoria lungo una dura critica alla condanna a morte presente in alcuni stati degli Stati Uniti. Il film di Sarabond non è da meno e riesce, con un sentimentalismo mai stucchevole, ad emozionare lo spettatore e a portarlo lì ne punto nevralgico del film col cuore in mano. Con un ottimo montaggio e le due interpretazioni titaniche di Tom Hanks Michael DunkanIl miglio verde è un film che ti rimane dentro e ti commuove profondamente.

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