Jacob è un pre-adolescente come tanti quando assiste alla violenta quanto misteriosa morte del nonno, privato dei suoi bulbi oculari. Dalla perdita, Jacob, per capire di più sull’uomo che suo nonno è stato, si metterà sulle tracce della storia che da piccolo gli raccontava sempre, la storia di Miss Peregrine e dei suoi ragazzi speciali.

In una fotografia sempre bellissima di Bruno Delbonnel (Il favoloso mondo di Amélie, Harry Potter e il Principe Mezzosangue, Across the Universe, A proposito di Davis) si svolge la vicenda piatta e pigra raccontata da un Tim Burton irriconoscibile. La storia racchiusa nei due libri di Ransom Riggs, che un tempo sarebbe stato perfetto pane per i suoi denti, viene appiattita a un filmetto di due ore pieno di buone intenzioni e false promesse.

I bambini speciali sono raccontati con superficialità e se un tempo Burton li avrebbe narrati con la sua cura speciale – come per esempio ha fatto nel capolavoro di Big Fish – adesso giacciono dimenticati in un angolo dell’inquadratura ridotti, proprio da lui, a nient’altro che dei freaks che per tre secondi di girato mostrano allo spettatore i loro lati speciali. Sfilano davanti ai nostri occhi senza spessore emotivo volando nell’aria e divorando cosciotti di pollo, nient’altro che un circo per staccare un biglietto al botteghino.

A nulla vale l’impegno di Eva Green nel far diventare Miss Peregrine – la casa dei ragazzi speciali qualcosa in più di un momento d’intrattenimento usa-e-getta. Il film langue nella superficialità, priva del talento visionario di Tim Burton che non riesce a dare spazio al suo mondo interiore, frenato, trattenuto e infine negato. Uno dei miei registi preferiti rintanato nei suoi capolavori e il cui ultimo spiraglio di umorismo l’abbiamo visto in Dark Shadows, ma che ultimamente si è perso. Tim, ci manchi. Torna da noi.

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