Il regista sud-coreano continua la sua esplorazione dell’animo umano spingendosi sempre più oltre i confini del nostro turbamento.
Una moglie, allo strenuo della stabilità mentale, stanca dei continui tradimenti del marito con una donna più giovane, cerca di evirarlo. Fallito il tentativo, si rifà sul figlio. Il vento della narrazione spinta e cruda soffia in una girandola di eventi claustrofobici e morbosi: il padre disperatamente cerca di restituire la virilità perduta al figlio che intanto è vittima di ogni sorta di abuso da parte dei coetanei, fino ad arrivare al più estremo dei gesti: donargli il suo pene.

Incesto, evirazione, violenza, stupri, odio, amore, desiderio.Non è un film facile né da vedere né da commentare, in una narrazione volutamente estrema e farsesca, che calca la mano in sequenze assolutamente disturbanti tra autolesionismo, sadismo e morbosità. Il girato è asciutto e asettico, così come la fotografia composta dai toni del grigio e dal caldo colore della pelle. é sulla carne che si fonda una narrazione che sperimenta il dolore e il piacere in una duplice chiave narrativa. Quella del distaccarsi dal piacere carne del buddismo, di chiaro riferimento, leggendo in questo senso il Buddha che custodisce la lama dell’evirazione il Buddha al quale il ragazzo prega e trova serenità una volta che si è volontariamente evirato «nel buddismo la preghiera è liberazione totale dai pensieri e dalle ansie contingenti»; e una chiave più occidentale e meno evidente che lega il piacere e il dolore con il filo tenace e sottile della colpa. In questo senso la lettura rimanda a Edipo, ma invece che riflettere sul complesso paterno, lo sguardo si sposta alla voluttà della tragedia familiare e dei primordi del desiderio. Un desiderio primitivo che affoga nel dolore e che troverà l’espiazione nell’autopenitenza di Edipo, che si accecherà, e nella morte di Giocasta.
Il coltello come metafora del fallo che finisce con il legare allegoricamente e visivamente  il piacere e il dolore.

Il film è muto, ma le scene sono di una tale forza assordante da non sentirne mai la mancanza. Soffocati da un continuo rincaro della dose grottesca e violenta, sia per temi che per sensazioni, si arriva stremati alla fine della pellicola. Un film di grande sperimentazione e di assolutamente non facile visione. Ci troviamo dinanzi non certo a un nuovo capolavoro di Kim Ki-Duk, che diventa ancora più ermeneutico e spregiudicato, ma è impossibile rimanere indifferenti davanti quest’opera che ci spinge a riflettere sentendo chiaramente nel palato un retrogusto amaro. Il sentore di essere appena stati presi in giro, schiaffeggiati mentre si era inermi. Un regista geniale, duro, radicale.


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