Little è un ragazzino curvo e insicuro, che attraversa lo schermo come un’ombra nella notte. Sua madre è una tossicodipendente e lui trova rifugio nelle cure dello spacciatore e sue moglie. Tante domande affollano la testa di Little, preso di mira dai compagni di classe, perseguitato per un’intuizione infantile e criminale. Il crimine di Little è la sua omosessualità.

Moonlight è un film duro che parla dei sentimenti maschili. Sudore, violenza, sangue, grid d’oro zecchino dietro i denti: per sopravvivere in una società machista e negra, Little deve rinnegare il suo nomignolo e seppellire il suo nome, Chiron, per scegliere – come un’armatura – il soprannome di Black. Così rinasce Black, nel terzo atto del film che è un percorso di crescita, dal corpo tirato e pronto alla lotta, lo sguardo indurito e una solitudine che è la sua fortezza. Ma non si può mai correre abbastanza lontano da sè stessi, e così Black si tornerà a scontrare con Chiron, negli occhi del ragazzo che ha amato.

Nella luce lunare avvengono i tre momenti che come chiavi di volta cambiano la vita di Chiron. Nei raggi d una luna dove i neri sembrano blu e quindi cambiano identità, vestono una nuova pelle e sono liberi quindi di immaginarsi diversi. Sotto la luna Little trova conforto nella figura paterna dello spacciatore, sotto la luna Chiron scopre l’amore e sotto la luna Black si perdona e si accetta. La liberazione, in altre parole, non può avvenire mai alla luce del sole.

Un film denso e duro, capace di raccontare in maniera inedita e poco leziosa l’omosessualità. In una fotografia magnifica di James Laxton e in una colonna sonora perfetta di Nicholas Britell, Jenkins snoda una vicanda dalla narrazione solida in una struttura in tre atti: le tre fasi di crescita di Chiron, aprendosi e sfaldandosi in un finale che inaugura un quarto capitolo.  

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