Vee è una ragazza come tante, stretta nella sua felpa oversize, insicura, spettatrice – in tutti i sensi – della sua vita. Dietro l’obiettivo della macchina fotografica osserva gli altri ragazzi divertirsi, rischiare, innamorarsi e fare stupidaggini. La sua migliore amica Sydney sembra essere il suo speculare opposto: una ragazza popolare e sfrontata che sta avendo sempre più successo grazie a un gioco online che di virtuale ha molto poco: Nerve. A Nerve si può partecipare o come spettatore pagando un fee o come giocatore, accettando le sfide – qualsiasi esse siano – proposte proprio dagli spettatori.

Nerve è un teen movie d’azione costruito molto bene intorno alla tematica del virtuale. In realtà quello che racconta tra un colpo di scena e una sequenza action è molto più reale di quello che può sembrare: persuasi dalla visibilità online, ci troviamo a vivere esperienze – o a condividerle – che normalmente non sarebbero da noi. Il branco, telematico o reale, ci incita a superare i nostri limiti e le nostre paure, ma anche ad anestetizzare una parte della nostra umanità in cambio di visualizzazioni e like.

Emma Roberts mostra le sue capacità in un’interpretazione convincente raccontandoci la storia di Vee in una pellicola che prende molto in prestito dalla tradizione filmica e fumettistica fantascientifica come I miei 23 schiavi di Okada e Hiroto Oishi oppure la serie Netflix Black Mirror.

In una regia montata in un forsennato stile da video clip, intramezzato dagli schermi dei computer e dei cellulari. La luce degli schermi, asettica e fredda, invade tutto lasciandoci con la più atroce delle domande:

quanta umanità siamo disposti a perdere dietro il presunto anonimato dei nostri dispositivi hi-tech?