Jake David è un importante scrittore di fama mondiale che ha vinto un Pulitzer, la sua vita si capovolge nel momento in cui un incidente autostradale gli strappa via la moglie e gli lascia una serie di problemi che lo riducono a crisi sempre più violente. Ha una ragione, però, per vivere, lavorare, alzarsi la mattina: sua figlia Kate, che la sorella della moglie e suo marito vogliono portargli via.
Muccino torna sul grande schermo con una nuova commedia hollywoodiana strappalacrime, ma lo fa senza il garbo di “Sette anime”. A corse forsennate, baci volteggianti sull’asfalto, primi piani di lacrime e gente che urla si uniscono tutta una serie di balzani clichè ritenuti forse necessari per questa storiella dai facili sentimenti. Il finale è chiaro fin dai primi cinque minuti del film, ma non c’è inventiva né brillantezza nel raccontare una storia umanamente semplice. Lo scrittore in crisi con il morbo assassino che fa tutto per la sua bella e bionda figlia, la quale, a causa del dolore e dell’assenza, è afflitta da sessodipendenza raccontata più come una fuga dalla realtà da ragazza emancipata che come una malattia qual è. Ovviamente questa giovane donna con tendenze autodistruttive è una psicologa (stando al cinema gli psicologi sono tutti, nell’ordine: serial killer, psicopatici, sessodipendenti, isterici e maniaci) e durante tutto il film costruito su ellissi temporali – doveva pur porre da qualche parte un elemento di complessità o avrebbe potuto chiamare gli animatori di Peppa pig – la giovane si fronteggia con il caso di una bambina difficile. Attraverso la bambina ripercorre i momenti di gioia e di dolore trascorsi col padre e s’imbatte nel Vero Amore.La cosa peggiore del film – che purtroppo si avvale di buoni interpreti – è la sceneggiatura. Pause, sospiri, gemiti, frasi dette totalmente a casaccio estrapolate random da qualche romanzo Harmony arrivano al culmine nelle frasi a effetto. Soffermiamoci brevemente sulla frase a effetto finale, quella che sarebbe dovuta essere il grand final, la ciliegina sulla torta: “Gli uomini possono sopravvivere senza amore. Le donne no. Non possono”. Ora, io capisco le esigenze di copione dopo due ore di nulla di giungere a un epilogo che ci facesse piangere perché il-papà-è-morto-povera-stella-ma-ha-vinto-un-altro-Pulitzer, ma possiamo farlo con un minimo di dignità? Possiamo gentilmente, dopo aver mostrato che la figlia bionda per sopperire alla mancanza di padre e alla carenza di affetto cade in un vortice autodistruttivo ovviamente legato al sesso, quantomeno scostarci dagli stereotipi sessisti? In altre parole noi vediamo centoventi minuti di film sull’amore di un padre e poi la morale è che lei deve farsi perdonare dal moroso non perché lo ama, non perché così sarà felice lei, non perché deve vincere le sue paure, ma per una sorta di destino femminile? La morale sembra essere che le donne devono per forza avere un uomo per essere felici. Un padre, un compagno. Senza di loro cadono nella sessodipendenza.  Per fortuna, le donne sono diverse da quelle dei film di Muccino.

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