Marion fa la segretaria in uno studio d’avvocati. Aspetta l’occasione buona, la bionda, per fuggire con un’ingente somma di denaro e cambiare così la sua vita. Nella fuga verso il sogno americano deve fermarsi lungo la strada, sul calare della notte. Così sceglie di passare la notte nel piccolo e accogliente Bates Motel.
Psycho è un film maniacale. Maniacale nelle inquadrature, perfette, nei cambi sequenza geniali e tormentati come la pupilla che diventa lo scolo della doccia, le soggettive che diventano uno stato d’animo di mistero e incomprensione. È proprio sul piano del fraintendimento e dell’incomprensione che Hitchcock orchestra magistralmente la storia illudendoci e ingannandoci, per farci approdare – con orrore meraviglioso – alla verità. Hitchcock sa giocare benissimo con i nostri sentimenti di spettatore, costringendoci continuamente a cambiare la parte da cui siamo, a rivedere continuamente il nostro beniamino. Così ci lascia esausti e diffidenti nel vero terrore umano: quello della consapevolezza di non conoscere chi abbiamo difronte.

 

Con una fotografia superba e iconica che rincorre suggestioni tipiche del regista – come per esempio il cielo minaccioso che è sfondo fisso della casa dei Bates – ci racconta un noir denso, dove tutti i personaggi sono, a loro modo, nelle loro cose, sia le vittime sia i carnefici. Degli altri come di se stessi. Così Alfred racconta con grandissima modernità e forza personaggi indimenticabili, come Marion, amante di un uomo sposato, che deruba il proprio capo e scappa in macchina elaborando complessi piani per depistare i possibili inseguitori. Nello sguardo di Marion che, frenetico, cerca nello specchietto retrovisore, ritroviamo lo sguardo di un’umanità tutta colpevole, e al contempo tutta innocente.

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