Cinque ragazzi decidono di passare il weekend fuori, in una casa nel bosco. Cinque collegiali con tutti i loro stereotipi: la bionda, il quaterback, il fattone, l’intellettuale e la vergine. Quello che li aspetta è un weekend da incubo, ma tutto non è come sembra.

Ci troviamo dinanzi a un film horror inusuale che sfilaccia le trame degli stilemi del genere contemporaneo per confezionare qualcosa di inedito e intrigante, che sia nella durata contenuta che nel ritmo forsennato trova i suoi punti di amplificazione adrenalinica; tanto che verso la fine ci si trova a volerne di più. L’orrore sposa la comicità, restituendo al cinema da grande distribuzione la bellezza del gore da B-movies, mai esagerato e preponderante; proponendo una sfilza di mostri dai grandi classici a nuove invenzioni. A questo proposito vi segnalo l’unicorno che vale da solo l’intera visione di un film (scena magistrale!).

Inoltre sembra di leggere una certa critica a come Hollywood gestisca la produzione dei film di questo genere, standardizzandoli secondo un rituale, relegandoli a passaggi obbligati, assistendo da dietro la cabina di regia allo svolgimento e cercando di massimizzare gli incassi rispetto agli altri “distaccamenti” del Giappone e del Canada (ad esempio). Ci si interroga sul ruolo del regista che manipola la storia per amplificare la paura nello spettatore, suggerendo emozioni e momenti mediante il montaggio e la colonna sonora.


“Quella casa nel bosco” è più che un bel film, è un’esperienza meta-cinematografica.

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