È il 1965, Martin Luther King ha combattuto la segregazione razziale con il suo sogno e la sua forza, ma c’è ancora molta strada da fare. Sebbene riconosciuta formalmente, in sostanza si è ancora molto lontani dalla parità tra bianchi e neri e il simbolo più forte è il voto. Sebbene riconosciuto, il voto agli afroamericani è reso, di fatto, impossibile e con grande lucidità Luther King ne vede tutto il peso. Il diritto al voto, il dovere al voto, è quello che più di tutto ci rende cittadini. Il diritto di eleggere chi ci rappresenta, in questo periodo storico visto come qualcosa di stupido e di non prezioso, appare in tutta la sua forza in forte contrasto con la disaffezione per la politica, vera soprattutto in Italia. Così viene scelta la cittadina di Selma per la protesta non violenta del premio Nobel per la pace che, non senza difficoltà, porterà avanti la sua battaglia tra politici legati solo al consenso, razzisti, capi della polizia segreta intolleranti e pronti a tutto, uomini coraggiosi, animi indomiti e codardi.

Il film di Ava DuVernay è un film classico e noioso, che prende un tema americanissimo e, attenta a non essere troppo scomoda per nessuno, narra in punta di piedi una vicenda “minore” del rivoluzionario. Una struttura narrativa tradizionale e noiosa ci accompagna in dialoghi prolissi e talvolta inutili che cercano sempre, disperatamente, di emozionarci tra lacrime, lotta, umiliazione e il politico ignavo. Purtroppo l’emozione tanto tirata, tanto voluta, non viene fuori e lo spettatore si sente vagare in un film carino e decisamente sopravvalutato.
Molti hanno trovato il film complesso e volutamente non finto, ma credo che annoiare lo spettatore non sia per forza sinonimo di serietà. Non ho visto questo coraggio rivoluzionario d’attaccare di petto un personaggio così grande come Martin Luther King trattato (giustamente) come un santo, un uomo infrangibile che con totale abnegazione persegue il suo obiettivo. Il Ku Klux Klan viene solo evocato e mai affrontato, così come la vera violenza della battaglia combattuta sembra relegata solo alle pagine dei giornali e ai ricordi dei personaggi principali.

Un film leggermente masturbatorio su un tema affrontato moltissimo e che, dunque, richiede ben più impegno e creatività che prendere dei bravi interpreti e una canzone orecchiabile da love from the ghetto, udibile solo alla fine. Sui titoli di coda.

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