C’era un tempo in cui il Quarto Potere non urlava né si piegava. Un tempo in cui le redazioni erano i luoghi sacri di gente comune, persone che si sedevano dietro le loro scrivanie per alzarsi davanti i poteri forti, per un bisogno che va ben oltre quello di scrivere o raccontare: raccontare la verità. Una verità spesso scomoda, che ti apre gli occhi e ti chiude la bocca dello stomaco.
In quel tempo, all’interno del Boston Globe, un piccolo gruppo di uomini scava nelle bassezze umane perché la verità emerga: è il team Spotlight. Come una torcia nel buio i giornalisti scavano, interrogano, incalzano, inseguono il caso di quasi novanta preti pedofili nella sola Boston.

Spotight evoca un fascio di luce nel buio. Nella realtà l’oscurità è piuttosto fatta di ombre che di neri netti. Tra le ombre si muovono i protagonisti, ombre che, in alcuni casi, sono proiettate da loro stessi. McCarthy riesce così a trovare un equilibrio perfetto nel raccontare la sua storia, senza cedere né alla facile seduzione di puntare il dito, né alla serenità di smacchiare i propri eroi. Una regia incalzante, e un cast altissimo ci conducono nel cuore di una delle inchieste che ha fatto la storia del giornalismo – e vinse il Pulitzer nel 2003 – , quel giornalismo che attualmente langue in articoli effimeri, giornali invenduti e sempre meno spazio per l’inchiesta.
Una fotografia cruda da telecronaca irradia di una luce gelida i volti di chi combatte con la penna, non rischiando meno la vita di altri. La sceneggiatura e il soggetto sono tanto forti che si rimane schiacciati a guardare un film dall’equilibrio perfetto e il ritmo serrato. Una potenza narrativa indomita, creata – è il caso di dirlo – dalla perfetta alchimia di quanto compone il Cinema.

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