Will Byers sta tornando a casa dopo una seduta di D&D quando si accorge che qualcosa lo sta seguendo. Una cosa, un mostro, una presenza lo insegue. Lascia cadere la bicicletta, scappa, si rifugia nello sgabuzzino. La luce trema, va a intermittenza: lui è qui. È troppo tardi e di Will non rimane che la bicicletta riversa nel cortile di casa.

Stanger Things è tra le migliori serie degli ultimi anni. Con un montaggio perfetto e una regia degna di Steven Spielberg ci riporta negli anni ’90, quando la fantascienza era un genere amatissimo e con un gran seguito. Tutto in questa serie ci riporta agli anni della (mia) infanzia: i manuali di Dungeons e Dragons – anche se questi non li ho mai messi in soffitta – Ridley Scott e la fantascienza con luci al neon (chiaramente citato con Alien nella dimensione del sottosopra), le console di emulatori, Silent Hill, i balli della scuola, le serie tv con adolescenti smarmittoni alla Beverly Hills, gli anni del magnifico X-files, delle sfide a Puzzle Bubble, del mistero e dei romanzetti del sovrannaturale comprati alle edicole.

Con un cast divino, tra cui spiccano le interpretazioni di Winona Rider e Millie Bobby Brown, racconta ciò che siamo stati senza limitarsi a un semplice remake o un revival di cose che ci rendono nostalgici.

Stranger Things è capace, invece, di riprendere un genere che si è un po’ perso e renderlo attuale, unirlo a grandi topoi del genere eppure senza rimanere cieco di fronte all’evoluzione culturale e tecnologica che abbiamo vissuto a cavallo degli anni 2000. La struttura narrativa è solida, così come la storia che rivela quanto gli autori siano consci del disincanto del XXI secolo, e, attraverso una narrazione di complotti governativi e scie chimiche, è in grado di raccontare le nostre nuove paure.

La paura di perdere il lavoro, la paura di essere soli dopo un divorzio, la paura della morte d’un figlio, l’emarginazione, la depressione. Dietro le citazioni degli anni ’90 si nasconde la forte consapevolezza di come siamo cambiati. I personaggi fingono un déjà-vu, e invece sono personaggi che non avremmo mai visto nelle serie degli anni ’90. Professori con la compagna interracial sul divano di casa, tipi strani che pur non vincendo il cuore della loro lei affrontano i bulli, mamme single che nessuno biasima, mamme capaci di parlare con i propri figli di sesso; sono solo alcuni esempi del gioco di specchi di questa serie tv incredibile.

Il tutto condito da una colonna sonora che viene fuori direttamente dal mio i-pod di dieci anni fa con elettronica, glam rock e tanto citazionismo del mio amato cyber-punk come gli omaggi a The Fog e Fuga da New York.

Uno dei film migliori di quest’anno, non è un film.

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