Un taxi percorre le strade di una città che diviene l’intero Iran mentre donne, uomini e bambini salgono e scendono dal mezzo di trasporto, che diviene a sua volta, per il tempo di una corsa, il loro confessionale più intimo.

Il film di Jafar Panahi non è un thriller appassionante o una commedia brillante, anzi non è nemmeno davvero un film, forse. Taxi Teheran è un manifesto cinematografico di una nazione stretta tra evoluzione e immobilità. Un’immobilità dovuta alla storia della religione che prevale sulla storia dell’uomo, in cui la Legge Fondamentale su cui si basa anche giuridicamente il Paese è la Sharia, la Legge di Dio. Le fonti di diritto della legge islamica sono, appunto, il Corano e la Sunna: non si tratta di principi fondamentali ispiratori, ma di vere e proprie leggi comportamentali che stringono tutti i cittadini che sono ritenuti, automaticamente, anche fedeli.
Il cinema iraniano, dopo la rivoluzione, ha subìto una forte battuta d’arresto. Nel 1979 lo spettro della censura tornò fortissimo e più vivo che mani: i registi della fiorente nouvelle vague iraniana furono chiamati a comparire dinanzi il tribunale e a rispondere del reato di corruzione morale. Rapidamente tutte le sale cinematografiche iraniane cambiarono nome, rivestendosi di nomi sacri o patriottici e una vera e propria legge affidava il mercato cinematografico al controllo del Ministero della Cultura e della Guida islamica che redasse un indice dei film proibiti e un regolamento molto severo per la distribuzione cinematografica che proibisce pellicole che indeboliscono, contrariano e offendono il principio del monoteismo e altre norme islamiche, che incoraggiano l’immoralità, che incoraggiano influenze culturali contrarie alle politiche del governo, che mostrano scene di violenza e di prostituzione.

Jafar Panahi, arrestato, messo a tacere e impossibilato a girare un film compone un atto d’amore e di disobbedienza che si propaga come un’onda d’urto durante Taxi Teheran arrivando fino alle sponde del nostro cuore di uomini liberi, liberi di andare al cinema a vedere Almodovar, liberi di non dover acquistare di nascosto il dvd dell’ultimo film di Woody Allen, liberi di esprimerci, liberi di protestare, liberi di leggere, liberi di poter vivere fino in fondo il travolgente sentimento della perdita del proprio amato senza dover pensare che, se egli muore, noi saremo in balìa della legge di uomini che ci ritengono al pari di oggetti che adornano una casa. Ripudiabili, gettabili, condivisibili, scartabili.
Vincitore dell’Orso d’oro a Berlino, Taxi Teheran è la lotta dell’umanità contro la tirannide delle oppressioni: a guidare il popolo non è una donna con una bandiera patriottica, ma la linea bianca e nera a scacchi di un taxi, un taxi trasportato di voce in voce, di sguardo in sguardo, di mano in mano, di sala in sala, grazie a un uomo che pagherà le conseguenze del suo gesto di ribellione e grazie ad altri uomini e donne che hanno voluto distribuire Taxi Teheran nei cinema e l’hanno fatto con il coraggio di uomini e donne liberi.

Disobbediamo: guardiamo Taxi Teheran.

 


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