In un Wyoming innevato e immacolato, una macchia nera lo attraversa barcollante, in un vento che preannuncia tempesta. Ad attraversare quell’inferno di ghiaccio è una diligenza con il Boia e la latitante Daisy Domergue. Il Boia è un cacciatore di taglie famoso per catturare vivi i malviventi per consegnarli alla forca, Daisy una donna dallo sguardo furbo e dissacrante, nero come il petrolio. Sulla loro strada incontrano il colonnello nero Warren e l’ex rinnegato, promesso sceriffo, Mannix. Il «mostro» gli morde il culo, la bufera di neve è troppo vicina per fare complimenti e cerimonie e i quattro si dirigono all’emporio di Minnie. Lì trovano altri quattro avventori: il generale confederato Smithers, il cowboy nostalgico di casa Joe Cage, il boia Oswaldo e il messicano che dice di occuparsi dell’emporio in assenza di Minnie.
Gli otto cattivissimi del western sono riuniti in uno spazio di pochi metri quadri.

Quentin Tarantino realizza un film in una sola location (principale), senza che questo diventi mai claustrofobico, aiutato dal «glorioso» formato 70mm che, sebbene fosse stato utilizzato principalmente per esterne, paesaggi e scene con comparse a perdita d’occhio – ed effettivamente le scene dell’innevato Wyoming sono spettacolari, come la mia preferita della bufera che insegue la diligenza – viene piegato a un interno. E la scelta non solo non è sbagliata, ma risulta perfetta, perché il 70 mm, usato a una distanza triangolare bassa, crea due perfetti piani visivi, raccontando contemporaneamente due storie tessendole con la suspensedella messa a fuoco. Mentre il western classico si consuma in duelli dall’arioso grandangolare, in silenzi infiniti e sguardi carichi; in quelli tarantiniani avvengono in un picolissimo emporio traballante, seguiti da una mitragliata di parole. Parole che uccidono, parole che deridono. La risata del brutto si consuma in quella acuta di Oswaldo, Smithers non ha il tempo di abbassare la testa e i fratelli Rojo qui fanno cognome Dormegue.
Il direttore della fotografia Robert Richardson riempie di luce riflessa ogni inquadratura, in un effetto nostalgico da calza sulla camera e preparando una fotografia dai toni freddi in cui, sul finale, possa esplodere con violenza il sangue allo stesso modo dell’educatissima diffidenza degli odiosi otto che poi si risolve in attesissimi colpi di pistola.

Tarantino confeziona un’ode al western riempiendo il suo The hateful eight di tutti i personaggi classici e citazioni dolcissime, rivisitati in una polemica politica nient’affatto sottile su quello che il regista definì l’olocausto d’America. Le critiche spietate al western razzista americano emergono nel personaggio del negroWarren e si amplificano e trovano redenzione nel duello, verbale e fisico, tra lui e il generale – casualmente chiamato – Smithers. Anche il ruolo del “cattivo principale” stupisce e in una scelta moderna: è affidato a una donna, Daisy, che «ha ucciso Calamity Jane» segnando il continuumdell’emancipazione che la diversa Calamity ha portato nel western e nella società.
La colonna sonora dei cattivissimi ci bea di un’overture(concessa solo alla pellicola Panavision) al vetriolo che si apre in una soundtrack dove Ennio Morricone compone un capolavoro tra nuovo, autocitazionismo – un’Estasi dell’oro da pelle d’oca – e lo zampino di Quentin che inserisce del buon rap gangsta della rivincita culturale afroamericana.
I cattivi sono cattivissimi, chi è ciò che dice di essere? I duelli di Tarantino avvengono soprattutto nei dialoghi, confezionando un film bello che, nonostante qualche difetto di struttura narrativa, è un perfetto rimescolamento pop del western, dell’amore e del sangue finto dei B movies.

0 0 vote
Article Rating