I codici crittografati non nascondono le informazioni: sono lì, ben visibili a tutti, ma non comprensibili da tutti. Durante la seconda guerra mondiale, Hitler per comunicare le posizioni delle proprie feroci u-boat, o come le armate di terra dovessero avanzare o come gli aerei dovessero operare, si (af)fida una macchina, Enigma. Enigma ingoia informazioni cruciali e le sputa fuori come combinazioni incomprensibili. Ogni 24 ore, Aenigma cambia il suo codice. Così, il governo britannico, compone una squadra delle migliori menti del paese perché la mente umana sfidi e batta una macchina perfetta.

Davanti una fotocamera quasi sempre fissa, un Alan Turing si divide tra il moto feroce dello studio della sua macchina Christopher e una corsa forsennata. I ricordi, invece, rivelano una dinamicità della camera, che accompagna il giovane Alan in lunghissime carrellate, carrellate che conducono fino agli occhi di chi da il nome alla macchina perfetta che vuole costruire. Un elemento cruciale non solo della trama, ma anche della stessa storia di Alan Turing viene completamente sminuito e rilegato nella seconda parte del film. E’ solo negli ultimi quaranta minuti che finalmente si rivela che il geniale matematico fosse gay. La mia non è certo morbosità, ma trovo inappropriato accantonare un dettaglio che porterà Turing al suicidio dopo cure ormonali obbligate da quello stesso paese che lui ha salvato. La condizione omosessuale nel paese che – insieme ad altri – pretendeva di esportare il modello democratico è tutt’altro che secondario. Un amore trasversale e potentissimo come quello di Alan e Christopher è uno degli elementi più importanti della sua complessa personalità però salvata da Benedict Cumberbatch, in un’interpretazione che ne mostra tutto il suo talento.
In una guerra contro il tempo, il destino particolare di alcuni uomini si contrappone al destino universale, non solo dell’Inghilterra ma del mondo, stretto in una guerra fraticida dove a pagare il prezzo più alto sono le persone comuni. Proprio le persone che nessuno immagina possano fare certe cose, fanno cose che le persone non possono immaginare. Su questo fil rouge la narrazione ha un buon ritmo, toccando lematiche come la condizione femminile, dell’educazione, dell’emarginazione. Il film però risulta essere fin troppo impostato su una narrazione romantica che imbroglia lo spettatore e lo porta a pensare a una relazione eterosessuale, per poi frettolasamente rinnegarla nell’ultima parte. Il tentativo forse coraggioso di spostare l’argomento sull’emancipazione femminile attraverso una scelta di un matrimonio non d’amore e finalmente scegliendo l’autodeterminazione; perde l’occasione – più che giusta – per raccontare veramente dell’innovazione scientifica di Alan Turing, sbrigata in poche, fortissime, parole finali. Mi riferisco all’interrogatorio (elemento narrativo piuttosto scoordinato rispetto al corpo dell’opera) dove Turing parla di un programma che sappia riconoscere se sei una macchina o un essere umano. Si sta parlando di un test rivoluzionario che testava l’intelligenza delle macchine, un test che la comparava a quella umana (che non potevano eguagliare) per rivelare se fossero, appunto, macchine. Parlo al passato perché forse alcuni non sanno che nel 2014 il test di Alan Turing è stato superato. Già, quello che Turing sognava l’anno scorso è diventato realtà: una macchina ha ragionato come un essere umano (di tredici anni), ne ha la stessa intelligenza. Il sogno di Alan Turing, il suo lavoro, il suo studio è realtà. Il fatto stesso che io scriva questa recensione è la prova della folle, geniale, irreversibile, rivoluzione di quel matematico che noi stessi abbiamo costretto al suicidio. Un diverso, ma sono gli uomini diversi che posso sognare un mondo diverso.


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