Jesse è una giovane promessa del mondo della moda. Appena sedicenne e bellissima, irrompe dalla sua provincia nella grande capitale della moda, accecando – con un’innocenza che turba – tutti da fotografi, stilisti, esperti del settore. Jesse è il sole che esplode nell’inverno, un inverno cattivo e duro, in un mondo spietato e costruito sull’effimera bellezza. Modelle come fiori: prese a mazzi, selezionate, la tronchese nel accorcia il gambo, la mano strappa le foglie in eccesso, la lacca sui petali per irrigidirli in una finta eterna rugiada; e appena la corolla cede alla gravità e i colori si smorzano in un’anticamera di autunno, quei fiori sono gettati via.

Jesse non ruba solo gli sguardi di stilisti e fotografi: lei ruba gli sguardi alle e dalle colleghe, donne che hanno sacrificato tutto sull’altare dell’apparenza. Biancaneve deve morire.

Nicolas W. Refn costruisce un’opera cinematografica come una gigantesca video installazione, con dialoghi ridotti all’osso, una fotografia in stato di grazia di Natasha Braier e un ritmo assassino, che ti incolla allo schermo e ti soffoca il respiro.

Jesse – una magnifica Elle Fanning – è un personaggio doppio, costruito sul doppio asse dell’innocenza rispetto un mondo bieco e una lucida, morbosa “pericolosità” di una ragazza che sa di essere bellissima e non ha paura di esserlo. Quando Jesse si ferma fuori dalla porta del bagno dov’è la modella scartata in suo favore, non lo fa per pietismo. Jesse si ferma per assaporare quanto più a lungo l’estatico sapore di essere la prescelta. Jesse è la vittima, ma anche il deliziato spettatore delle paure altrui. Lo racconta anche il rapporto con Ruby, la quale non del tutto senza fondamento confonde la natura del loro rapporto. Jesse se ne approfitta, Jesse si rifugia nel suo abbraccio, Jesse si nasconde tra le pieghe del suo petto quando ha paura, così come fa con il giovane fotografo, a cui entrambi non si concede.

Ruby è il personaggio più autentico, più profondo, del film. Interpretato da Jena Malone è il personaggio che racconta ciò che c’è a margine del mondo della moda. I suoi fantasmi, le sue silenziose instancabili api, che sono lontane dai canoni che quel mondo detta e che, eppure, costruiscono loro. Loro inseguono un sogno, lo tessono, eppure rimane sempre un sogno. Loro amano un morto. A simboleggiarlo la scena più forte del film, la sequenza in cui Ruby fa sesso con un cadavere, pensando alla sua irraggiungibile Jesse che le chiede amore e gliene nega.

In questo senso l’erotismo omosessuale è un forte simbolo del desiderio d’essere l’altro, di vestirne i panni e anche togliergli. Questo è chiaro anche nel rapporto morboso tra Gigi e Sarah, che come delle contesse Bathory, compiono un analogo rituale omoerotico. Non c’è amore, c’è solo sesso: un sesso che vuole possedere – in questo caso letteralmente – i panni dell’altro.

In un mondo dove conta solo l’apparenza, Refn lo traduce egregiamente in un thriller horror puramente estetico che si divora due ore di girato tra luci al led e una colonna sonora techno minimal. Non ci sono parole, perché le parole hanno il cattivo vizio di scavare e qui c’è solo una luminosa superficie bellissima e lucida. Un mondo che ti divora.