Jordan Belfort è un giovane broker. Il suo primo giorno da broker la società dove lavora, crolla al suolo di Wall Street. Va così a lavorare per una piccola agenzia che vende Penny Stock. L’ambizione e il talento si fondono nelle mani e nella mente di Jordan che crea la sua squadra di broker. Venditori porta a porta, spacciatori di erba. Gente che non ha mai visto un completo a doppio petto di Armani, ma saprebbe vendere un pezzo di ghiaccio a un esquimese. E il ‘no’ non è una risposta.
Potere, soldi, droga e sesso. Tantissimo sesso. A pagamento, sconnesso, di gruppo, goliardico. Droghe come aspirine snocciolate allo stesso modo delle gomme alle medie. Droghe per accendersi, droghe per pomparsi, droghe per rilassarsi, droghe per aver rapporti sessuali.

In una regia moderna e martellante, con cambi sequenza che nella prima parte si smontano in un linguaggio da video-clip e nella seconda parte rallentano il ritmo nel dramma; Martin Scorsese descrive anche solo nel montaggio la scalata a rockstar e il declino da uomo. Con uno humour che non ci lascia mai grazie alla sceneggiatura di Terence Winter, e una fotografia di Rodrigo Prieto che mixa colori da clip di 50cent a colori patinati da favola moderna, si costruisce un film esagerato. Esagerato in tutto e la cui esagerazione (soprattutto in termini di sesso e droga) finisce per disgustarci e compie così la sua missione. Quando i soldi sono troppi che non sai più come spenderli, il sesso ha perso attrattiva e si finsice per avere rapporti da 11 secondi e le droghe ti hanno ridotto ad un’incapace; allora sale la nausea. Quello che all’inizio mi aveva dato adrenalina, dopo era diventato eccessivo, pensante.
Ecco la parabola del successo che si consuma in un finale perfetto, che lascia l’amaro in bocca e un sorriso bieco sulle labbra.

Leonardo DiCaprio riconferma un talento bruciante (anche se non si tratta del suo personaggio più riuscito) in un personaggio che ricorda fin troppo bene alcuni potenti. Spocchiosi, boriosi, senza limiti, senza rispetto. Afferra con foga una mazzetta da 50’000 dollari, lo stipendio di un poliziotto, e lo lancia addosso all’agente dell’FBI che vuole incriminarlo. Urlando, paonazzo, lanciando aragoste e battendo le mani sui culi di due puttane.
Non importa se lui viene dalla strada e non è figlio di nessuno: anche lui si è trasformato in uno di quei potenti che portano alla rovina persone, senza scrupoli di coscienza. é diventato Wolfie, il Lupo di Wall Street.
Spalla perfetta quella di Jonah Hill che partito da film di poco capitale artistico come Lo spaventapassere e Molto incinta si dimostra un attore con cifre a sei zeri. Bravissimo, mi aveva già convinto in altre pellicole (L’Arte di vincere), ma adesso lo incorono ufficialmente. Bravissimo Matthew McConaughey nel suo cameo iniziale, simbolo della follia e dalla volatilità.

E come se non bastasse, ho già messo le mani sulla colonna sonora. Strepitosa. Da 7Horse, a Umberto Tozzi,Naughty By Nature, a Ian Dury, ai Foo Fighters e jazz come con il magnifico Charles Mingus. Un film che ti lascia stordito e hai bisogno di qualche momento per comprendere di aver appena assistito alla nuova parabola gangster del nostro secolo. Dove non si fa terrorismo con un mitra e la famigghia, ma con un telefono e un computer.

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