Truman Capote è forse lo scrittore americano più famoso della sua generazione. Dopo lo struggente Altre voci, altre stanze e Colazione da Tiffany vediamo un Capote leggere il giornale, a casa sua, e poi ritagliare un articolo. Una famiglia è stata brutalmente assassinata nelle campagne del Kansas. Vuole raccontarne la storia.
Truman è un uomo dall’occhio liquido, il capello biondo pettinato all’indietro con la gelatina, i suoi gesti sono nevrotici ed effemminati e il suo corpo molle. Dietro il suo incedere incerto, si cela tuttavia una grande forza di volontà e una generosa dose di narcisismo in conversazioni nei salotti mondani di New York dominate dai suoi monologhi da cui tutti pendono attenti eppure distaccati. Al centro di quello spazio umanamente vuoto, ma pieno di corpi stretti in vestiti scintillanti, con un pizzico di malizia di passa il dito tra le labbra sottili, lasciando cadere nomi altisonanti dei suoi amici come il caro Humprey (Bogart) o il simpatico Andy (Warhol). C’è un velo però nei suoi occhi, un velo che separa lo sguardo dalla visione: una malinconia che il superbo Philip Seymour Hoffman traduce con una potenza che ci pervade fin dalla prima inquadratura. L’unica persona veramente vicina, quella che sembra riuscire a spezzare la coltre dei suoi occhi è l’amica del cuore Harper Lee, che nel film ha appena pubblicato quello che poi sarà il romanzo culto Il Buio oltre la siepe. È lei ad accompagnarlo nel Kansas come assistente per scrivere la storia del terribile omicidio ed è proprio quella donna dalle gambe magre e il cappotto cammello che ci fa sembrare ancora più fragile l’imponente Capote, che per essere preso sul serio nel commissariato (nonostante la sua grande notorietà) deve essere una donna – nel 1960 diciamo che le donne non vivono certamente un’epoca di grandi parità e libertà – a parlare per suo conto.

La narrazione si muove fluida e tesa sul filo della verità, elemento che permea l’intero film. Se quello che Truman vuole scrivere è un libro iscrivibile in un nuovo genere letterario, il romanzo-verità, è anche la verità che chiede continuamente all’uomo incriminato dell’orribile delitto, una verità che lui invece gli restituisce a tratti, per difendersi dallo sguardo tuttaltro che violento dell’accusato. In una regia noir che ci tiene col fiato sospeso, ci domandiamo se quell’uomo dallo sguardo triste dietro le sbarre è veramente stato capace di uccidere a sangue freddo due ragazzini e arriviamo a essergli così umanamente vicini da compatirlo per le menzogne di Truman, per il suo strumentalizzare quella disgrazia.
Per Truman sarà molto più che un lavoro che lo porterà all’apice della sua carriera: Truman sarà costretto a guardarsi come mai aveva fatto attraverso gli occhi di quell’uomo messicano, lo specchio di una verità personale e profonda. Hanno molto in comune lo scrittore e il carcerato: l’abbandono, una madre assente, la derisione, l’incomprensione  e la profonda solitudine che vivono. Il riflesso sa essere agghiacciante e consolatorio: é come se io e Perry fossimo cresciuti nella stessa casa, e poi lui se ne fosse uscito dalla porta di dietro, ed io da quella di avanti (meraviglioso parallelo di come una vita triste possa avere finali diversi).

Un film devastante, con una fotografia cupa e una scenografia che riflette l’ambiente borghese e asfissiante, capace di accostare dipinti sacri a carta da parati in toni pastello, lasciando intravedere, oltre lo sguardo dell’essere di Truman Capote, riflessioni drammatiche sull’omosessualità, il vuoto del jet set e la dura realtà della pena di morte. Le persone che giudicano Truman per i suoi modi effemminati e la sua creatività tumultuosa, sono le persone che giudicano giusto uccidere un altro essere umano negandoli finanche la libertà di suicidarsi.

Come ripete sfinito Truman, la gente giudica.

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