Paul vaga per le strade di Parigi, senza una meta, completamente alla deriva. Paul è consumato dalla perdita della giovinezza e dalla perdita di sua moglie: si ritrova a vagare nei suoi ricordi, nella sua malinconia. Jeanne è giovane, audace, con due seni grossi e succosi. Sincontrano, scopano, ancora vestiti,  morbosi, abbandonandosi con liberazione alla vita e basta. Alla vita e al sesso.

Ultimo tango a Parigi è un film erotico, potente, profondo. Ci turba e ci eccita, incatenandoci a una pellicola densa di significati sulle relazioni, le ossessioni e gli abbandoni. Maria Schneider è il fulcro dell’occhio: è l’elemento liberatorio della sessualità femminile, raccontata in maniera irriverente e mai così forte. Una donna che, negli anni ’70, attraversa lo schermo completamente nuda, una donna che si masturba, una donna che gioca con un partner, anzi con uno sconosciuto. Una donna a cui piace il sesso, che ne trae piacere e che lo celebra.
In questo senso Marlon Brando è l’eco malinconico della gioventù perduta e dell’imbruttimento emotivo umano. Tanto più gli orgasmi di lei sono liberatori, tanto più lui gode in grugniti e ansimi spezzati, con la fronte corrugata, senza fiato. Le sue parole per lei sono dure e di possesso, le afferra i seni come si prendono le arance al mercato e la vagina come si prende una cosa propria. Questo perché il personaggio di Paul è bloccato, e s’aggrappa – esausto – a l’unica, e forse l’ultima, cosa che lo fa sentire vivo.

Bernardo Bertolucci ci regala il suo film più onesto, più sincero, in uno sguardo maschile a un tempo della vita buio, in cui risplende intonsa la luce della sensualità femminile e della giovinezza. In una fotografia morbosa e cupa di Vittorio Storaro, emerge dal buio del bagnetto il corpo nudo e sodo di Jeanne, come una spada dun guerriero, con i capezzoli grandi e rosa, il sesso scoperto e non depilato, la vita stretta, le natiche morbide. Due mani grosse e ruvide, scure, emergono e l’afferrano, l’accarezzano, la spingono e l’abbassano. Le fanno male, si ribella. Poi si fanno dolci e lei lo perdona, si concede alle carezze intime, dischiudendo le gambe. Il diaframma della macchina da presa s’apre anch’esso ed entra la luce, morbida e lasciva. L’inquadratura fa un passo indietro e ci mostra di più, voyeurista maliziosa e complice del nostro sguardo eccitato.

Quando incede la violenza, invece, lo sguardo della macchina rimane fermo e impietrito. L’epilogo vi lascerà senza fiato. O forse tornerete a respirare.

 

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